24 aprile 2017

Entirety - Eternal Fire ( Planet Undeground)


Cari amici oggi vogliamo presentarvi un album di una bandche abbiamo già avuto modo di recensire su altre paginecon un loro precedente lavoro: gli Entirety. Il gruppo è nato nel 1993 a Varese.Nella sua lunga storia ha dovuto affrontare molti cambi di lineup, sfornando però non pochi lavori, tra i quali i 3 full lenght “The Moth of Hate” (1999), “Proud” (2006) ed “EternalFire” (2017). Quest’ultimo, prodotto dall’americana “Razed Soul Productions”, è l’album che analizzeremo oggi: 7 tracce cantate e suonate da Skarn (voce e batteria), Vittorio Sabelli VK (chitarra) e Dave (basso e membro fondatore), accompagnate da un artwork che si rifà all’antico rito dell’Uomo Cervo di Castel Volturno, tema che verrà riproposto anche in uno dei brani.

La canzone di partenza è “Death to Worship”, che ci accoglie con una melodia chiaramenteispirata alla musica tradizionale greca. Poco prima del minuto parte un vero assalto di Black Metal puro, con la chitarra che intona una leggera melodia in grado di legare tutte le altre parti:un cantato piuttosto cattivo e una base ritmica molto carica. L’atmosfera si modifica attorno ai due minuti e mezzo, quando la ritmica si fa meno prepotente e il basso inizia a farsi sentire molto di più, abbandonando ad intervalli la sezione ritmica per affiancare la chitarra. Quattro minuti e mezzo che volano letteralmente. La titletrack “EternalFire” è la seconda traccia e non lascia spazio ad introduzioni ad effetto, sparandoci direttamente nell’oscurità. La bella trovata per dare un tocco di originalità al brano è quella rappresentata dall’inserimento di cori nel refrain. Il brano è vario e non stanca, il cantato è ancora convincente e a tratti presenta un leggero effetto riverbero che ne aumenta l’enfasi. Tutti gli strumenti si sentono bene. Il terzo brano si intitola “Over a White Desert” e ci accoglie con i suoni distortissimi della chitarra, prima di passare al vero e proprio pezzo, dove la chitarra si dedica ad una melodia piuttosto bassa e la ritmica non è eccessivamente spinta. Veramente piacevole è il riuscire a sentire il basso nonostante l’unisono con la batteria, sintomo di una buona cura in fase di registrazione. Nella seconda parte del brano troviamo un godibilissimo solo di chitarra, intervallato da momenti a doppia voce scream-growl veramente azzeccati. Siamo arrivati al quarto brano, il giro di boa del disco, intitolato “Bearers of Pain”: Black dai primi millesimi di secondo, in grado di scuotere chi non è preparato. L’accoppiata chitarra-basso sforna un tappeto sonoro ottimo per il cantato, che si inserisce ad intervalli quasi regolari. La canzone non raggiunge i tre minuti di lunghezza, cosa che aiuta a sopperire alla minore varietà proposta dal brano. Titolo dal sapore egizio per la quinta canzone “Nyarlathotep”, dove la chitarra si fa strada con i suoi suoni distorti in un continuo crescendo del volume insieme al cantato, arrivando al culmine e lanciando la sfuriata sonora! Ogni accordo, il cantato dal forte riverbero che quasi risulta raddoppiato e la ritmica portano questo ad essere di gran lunga il brano più oscuro ed inquietante dell’album. Tre minuti e mezzo di puro Black, consigliatissimi ai cultori del genere. “Ancient Art” è l’ultimo brano cantato del disco e si apre con un virtuosismo di chitarra che si impone sulla parte strimentale rimanente. A sorprendere stavolta è la chitarra classica a metà brano, conuna parte di forte ispirazione spagnola, che lentamentesvanisce mentre la chitarra elettricaritorna in scena appropriandosi della melodia, prima che un pianoforte “impazzito” si lanci in note apparentemente senza senso. L’energia del finale ci trasporta fino al brano di chiusura, lo strumentale “La Promenade des Anglais”: qui una tastiera ci introduce con suoni lugubri, prima di passare a note da pianoforte alte e molto distanziate. Le note non sono tante, ma trasportano in una magia difficile da spiegare, soprattutto perché ci troviamo alla conclusione di un album Black Metal e ciò lascia spiazzati. Il finale è degno dei grandi compositori contemporanei.
Sono passati ben 20 anni dal primo lavoro degli Entirety che abbiamo potuto analizzare, possiamo constatare che i cambi di lineup non hanno minimamente scalfito l’ispirazione della band: “EternalFire” è un album molto ben curato e ben strutturato, senza momenti che possono far calare l’attenzione dell’ascoltatore. La registrazione è di buon livello e la durata non eccessiva dei brani aiuta ad evitare un senso di noia che nel Black Metal rappresenta spesso un rischio. Molto d'effetto sono i momenti extra genere, come l’introduzione del primo brano e il momento spagnoleggiante di “Ancient Art”, per non parlare del brano conclusivo. Assolutamente un ottimo lavoro.

Rate: 9/10

A Cura di: 
Robin bagnolati & Siberian Tiger

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