30 marzo 2017

Silverbones - Wild Waves (Planet Undergound)

Band ancora giovane quella dei trevigiani Silverbones, nata nel 2013 da un’idea del bassista e compositore Andrea Franceschi: il suo desiderio era creare un gruppo dall’impatto esplosivo sia musicalmente sia sul palco. Nel 2014 arrivano le prime date live, che portano alla pubblicazione della loro demo di debutto auto-prodotta : “Between the Devil and the deep blue Sea”. Da questo momento è trascorso meno di un anno quando la band si cimenta in un mini tour in est Europa, riscuotendo un buon successo. Finalmente, il 15 Giugno 2016, con l’etichetta californiana Stormspell Records, i Silverbones rilasciano il primo album “Wild Waves”: il disco, composto da 8 tracce introdotte da una breve intro strumentale, viene accompagnato da un artwork che, evocando atmosfere piratesche, richiama fedelmente il titolo. A questo album ha lavorato la seguente lineup: Andrea Franceschi (basso e cori), Marco Salvador (chitarra e voce), Ricardo Galante (chitarra e cori) ed Enrico Santin (batteria). Iniziamo l’avventura con l’intro “Cry of Freedom”, quasi due minuti di brano solo strumentale, aperto dal rumore delle onde accompagnato da una melodia di chitarra molto evocativa. Siamo circa a metà del pezzo quando entriamo nel puro stile metal, che ci fa respirare l’avventura tanto attesa. Il primo brano vero e proprio è la title track, che già dai primi secondi impedisce di mantenere la testa ferma: la ritmica è trascinante, in puro stile power, la melodia è molto orecchiabile ed arricchita da soli di chitarra in puro stile epico.  La terza traccia è “Royal Tyrants”, che ci accoglie con una melodia di chitarra trascinante, presto supportata da una piacevole base ritmica. Il cantato si riavvicina in certi momenti ai canoni del genere, spiazzando nuovamente però nel ritornello, dove ritorna a tonalità più basse. Se volete sentire bene il basso dovete però aspettare il solo di chitarra a metà brano: purtroppo durante il resto del tempo non è sempre ben distinguibile e spesso si perde nella cassa della batteria. Passando a “Queen Anne’s Revenge” sentiamo gli scricchiolii del legno della nave e le onde, con una chitarra leggera ad aprire la strada alla parte strumentale vera e propria. In questa canzone si percepisce molto di più, rispetto alle precedenti, l’idea di avventura e la sola musica evoca le immagini della storia. “The Undead” è la canzone boa del disco, la metà esatta che ci porterà nella discesa verso il finale: l’atmosfera si fa più cupa e vagamente inquietante, abbandonando quel senso di epicità riscontrato fino al brano precedente. La melodia base della chitarra risuona più lenta e la ritmica stessa è meno incalzante, mentre Marco si spinge leggermente più in alto di quanto fatto fino a questo momento. Bello l’effetto del solo di chitarra attorno al terzo minuto, quando la ritmica si unisce formando una leggera dissonanza che però colpisce favorevolmente. Il finale è una lunga cavalcata, che si conclude con un suono spettrale in sottofondo. “Raiders of The New World” ci riporta nel power più vero, con un cantato che finalmente raggiunge tonalità che l’ascoltatore si aspetta, supportato da una ritmica incalzante e cori ben piazzati. Anche il basso risulta distinguibile e si può godere di un buon riff arricchito da abbellimenti ben fatti. Le chitarre si alternano per formare un momento strumentale a dir poco trascinante. Questo è assolutamente il miglior brano del disco. Il settimo brano, “Wicked Kings”, è una nuova cavalcata dal suono avventuroso, dove però non si riscontra una gran fantasia nella parte strumentale, ad eccezione degli assoli. Brano discreto che però risuona come un leggero passo indietro rispetto a quanto mostrato con il precedente. A chiudere l'album abbiamo “Black Bart” il cui inizio fa ben sperare: l'intro è decisa e ben eseguita e il cantato è adeguato alla canzone. Tutti gli strumenti riescono a rendere qualcosa di diverso rispetto al resto del disco: siamo di fronte a una maggior varietà di idee compositive, in grado di passare dalle atmosfere avventurose ad altre tipiche dell’on the road americano. Attorno al quinto minuto tutto si calma, l’atmosfera raggiunge un momento quasi riflessivo, una novità nel disco, prima di ritornare al vero power. Senza dubbio un buon brano conclusivo. Che dire, l’album si pone su una buona base strumentale eseguita egregiamente e ben pensata dove brani come “Raiders of The New World” e la conclusiva “Black Bart” spiccano su tutti gli altri. Purtroppo però non è tutto rose e fiori, infatti brani come “Royal Tyrants” e “Hellblazer” sembrano non all'altezza della situazione. Invece i brani restanti sono buoni esempi di power-heavy vecchio stile. 

Tracklist:
1. Cry of Freedom 02:00 instrumental 
2. Wild Waves 04:26  
3. Royal Tyrants 04:46 
4. Queen Anne's Revenge 06:14 
5. The Undead 05:25 
6. Riders of the New World 04:10 
7. Wicked Kings 05:06 
8. Hellblazer 04:01 
9. Black Bart 07:52 

DURATA TOTALE: 44:00


A Cura di:
Heavy rock n' blog


7,5/10

Nessun commento:

Posta un commento