3 dicembre 2016

Opeth - Sorceress

Cari amici, questa volta voglio parlarvi di una band davvero mondiale che fonda le proprie radici in Svezia: sto parlando degli Opeth. La carriera di questa band ormai ha raggiunto i 26 anni, partendo nel 1990 e affermandosi con un Progressive Death Metal di pregevole fattura. In questa lunga carriera, corredata da 12 album e 3 live album, i cambi di formazione non sono certo mancati, arrivando alla lineup odierna che vede schierato solo uno dei fondatori: Mikael Åkerfeldt. Nel corso degli anni il suono della band ha iniziato ad affievolirsi fino ad arrivare al Progressive Rock, cosa che ha fatto storcere il naso a diversi fan. La dodicesima fatica degli Opeth è quella che prendiamo in esame ora: “Sorceress” è uscito il 30 settembre 2016 per la label Nuclear Blast e ci accoglie con un artwork a dir poco splendido: un pavone, con la coda aperta e la bocca gocciolante di sangue, si staglia fiero sopra un cranio, dove troviamo scritto il titolo, che a sua volta è la cima di un mucchio di resti umani. La lineup degli Opeth che ha registrato questo album è composta da Mikael Åkerfeldt (Voce, chitarra), Martín Méndez (Basso), Martin Axenrot (Batteria, percussioni), Fredrik Åkesson (Chitarra) e Joakim Svalberg (Tastiere).
Ma ora iniziamo a parlare del disco, che ci introduce all’ascolto con “Persephone”, un’intro di due minuti scarsi: chitarre acustiche ci accolgono con una melodia lenta e dolce. Verso la fine entra in scena la voce lontana di Pascale Marie Vickery e successivamente un flauto ci porta alla fine. La title track ci accoglie invece con una batteria ben presente, basso pungente che segue la melodia di uno dei tanti strumenti suonati da Svalberg. Dopo il minuto la canzone entra nel vivo, la ritmica rallenta un po’ ma si fa leggermente più pesante ed entra in scena il cantato, con un forte riverbero, che rappresenta l’intera parte melodica. A metà canzone tutto si placa per qualche secondo, per poi riprendere forza con una nuova metrica e una voce che va pari passo con la batteria. Davvero godibili gli stacchi di basso e batteria che fanno irruzione durante il brano. Il finale, solo strumentale, è Progressive Rock puro. La terza traccia è “The Wilde Flowers”: stacco di batteria che introduce voce, chitarre e basso e la loro melodia cadenzatissima. I momenti di stacco non sono molti, ma la vera forza del brano sta negli assoli, che trasformano l’atmosfera e ti fanno credere di ascoltare i virtuosismi di un gruppo prog anni ‘60/’70 durante un live. Di colpo ci ritroviamo in un momento di quiete pura, dove la voce diventa un vero strumento musicale. La chiusura coglie di sorpresa con una scarica piuttosto energica, in grado di farci ricordare la natura metal della band. “Will o the Wisp” è il quarto brano, che inizia con un leggero di chitarra e un cantato molto melodico; bello il suono di flauto che si percepisce in sottofondo. Particolarmente d’effetto i momenti in cui appare la seconda voce, l’unico vero stacco dall’inerzia della canzone. La batteria si inserisce in maniera molto leggera solo dopo due minuti e mezzo e, dopo un altro minuto, arriva l’assolo di chitarra: niente di trascendentale, ma molto orecchiabile. Questo brano suona molto di transizione, un passaggio verso l’energica introduzione di “Chrysalis”: batteria, chitarra, basso e hammond formano un forte tappeto dove di appoggia la voce di Åkerfeldt, che parte con una tonalità più alta e si destreggia in scale che ricordano le scale armoniche (chi ha studiato musica può capire). Il binario del pezzo rimane costante fino al quarto minuto, quando chitarra e organo hammond si scatenano in assoli che sono in grado di ricordare gruppi mitici a cavallo tra Prog Rock e Hard & Heavy. Gli Opeth non disdegnano affatto gli effetti: lo dimostra l’ovattamento del suono nella parte finale del brano, che si spegne lentamente… Passiamo a “Sorceress 2” (mancanza di fantasia per il titolo?): la chitarra in acustico ci regala un riff dolce e melodioso, la voce entra quasi sottovoce, ma a note piuttosto alte. Ci troviamo di fronte ad una ballad senza molti spunti e anche questa ci sa l’impressione di essere solo un brano di collegamento. Giusto per intenderci, in molti punti vien da chiedersi se l’ispirazione per questa traccia sia arrivata da “More Than Words” degli Extreme. Segue “The Seventh Sojourn”, che inizia con chitarre dalla melodia arabeggiante e percussioni “a mano”: il brano sarebbe la perfetta colonna sonora per un film ambientato nel deserto, e risulta molto piacevole all’ascolto. In certi punti sentiamo il basso che si lancia all’unisono con la chitarra, creando un effetto magnifico. Voci lontane appaiono solo dopo i 4 minuti, quando cambia la fisionomia della canzone portandoci in un’atmosfera a cavallo tra l’onirico e lo spazio. Dopo questo viaggio arriviamo a “Strange Brew” che, con i sui 8 minuti abbondanti, è la canzone più lunga del disco: poche note ben posizionate, voce lontana… ci si ritrova catapultati in una dolce malinconia. Dopo i due minuti tutto cambia virando verso un tutto ben più energico, un mito di assoli accavallati che si fanno da parte quando rientra la voce, questa volta ben più aggressiva e leggermente graffiata. Finalmente i fan di vecchia data riescono a percepire un po’ di sonorità metal, cosa rara in questo album. Giungiamo dunque ad una nuova virata ed il pezzo ritorna alla melodia iniziale e poi di
nuovo una parte energica. Questi otto minuti non fanno annoiare di certo. “A Fleeting Glance” ci riporta sulla media dei cinque minuti di durata e ci trasporta con l’intro dalle sonorità medievali. Le tastiere poi continuano con una singola nota ripetuta a oltranza, intervallata da mini stacchi, che sostengono la voce. Questi momenti sono intervallati da momenti strumentali dove spicca il basso, che in questo brano risulta essere lo strumento chiave. Non siamo al livello della traccia precedente, ma è molto godibile, e con un ottimo solo di chitarra che apre alla conclusione. “Era” è l’ultimo brano vero e proprio del full-lenght: le tastiere in lontananza ci fanno entrare nel brano, che si tramuta di colpo in prog puro, che però tende a diventare monotono, ma piccoli stacchi ben assestati aiutano a sostenere meglio la canzone. Ci troviamo davanti a qualcosa di “strano”, perché prendendo piccoli pezzi per volta troviamo momenti pregevoli, ma l’insieme non lascia nulla di scolpito nella mente. Con “Persephone (Slight Return)” giungiamo alla fine: si tratta in un vero e proprio outro di meno di un minuto, una melodia di tastiera e una voce femminile appena percepibile.
Se per voi gli Opeth sono solo “Damnation” o “Blackwater Park”, questo album non fa per voi: la band si è evoluta scavalcando i confini del Metal e tornando ad un Progressive Rock piuttosto ben fatto. Già si era percepito un cambiamento di stile della combo svedese, ma con “Sorceress” possiamo avvertire un vero e proprio salto: ovviamente non siamo di fronte ad un lavoro paragonabile a mostri sacri quali Jethro Tull, PFM o Le Orme, ma si può dire che, in un’ipotetica collezione, posizionarlo accanto a loro non sarebbe fuori luogo. Purtroppo l’andamento risulta fin troppo altalenante, con brani ispirati e ricchi di spunto e altri che sono fin troppo di passaggio. In sintesi, un lavoro apprezzabile, ma non da storia.

VOTO 7,5/10

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