13 agosto 2016

Abyssian - Nibiuran Chronicles (Planet Underground)

Amici di Heavy Rock’N Blog, siete pronti per un nuovo tuffo nel puro underground Made In Italy? Sì? Ottimo, perché oggi parliamo degli ABYSSIAN, un progetto dato dalla mente dell’ex Sinoath (fino al 1995) Rob Messina in quel di Milano. La band ci propone un album da loro definito “atlantean doom metal”. Dopo l’esperienza nei Sinoath e un lungo periodo di fermo, Rob decide di dare vita a questo progetto nel 2010 per dare sfogo alle sue idee di sonorità dark/doom, ispirandosi a culture sommerse alla Atlantide, mondi sconosciuti e antichi alieni. La prima demo del 2014 “The Realm of Commorion” vede in organico anche Frans Svirnath alla chitarra ritmica e drum programming. Con gli ingressi in organico di Vizz al basso e Rick alla batteria, gli Abyssian iniziano a prendere la loro vera forma. Nel 2016 esce, per Violet Nebula Productions e Visionaire Records, il loro primo full-lenght “Nibiruan Chronicles”, disco che vi presenterò ora.
Il lavoro di Rob e soci inizia con “These Days of War”, che si presenta a noi con un tappeto di vibrazioni del basso e chitarre in versione acustica, quasi spagnoleggiante. A metà traccia si affaccia sullo sfondo un suono di archi. Pezzo breve, una vera e propria intro strumentale molto suggestiva. Lasciamo l’introduzione ed entriamo nel vivo con “The Realm of Commorion”, dove le chitarre iniziano a distorcere e la batteria fa capolino. Le note lunghe dell’accompagnamento fanno da contrasto al virtuosismo della lead guitar. Compare la voce pulita, una melodia dolce e tetra allo stesso tempo. Pseudo dolcezza che scompare poco dopo, quando Rob passa al graffiato per il ritornello. L’atmosfera è cupa, a tratti spettrale… Poco prima di metà canzone si passa ad un momento di calma apparente, come fosse la “quiete prima della tempesta”. Godibile l’assolo di chitarra che ci si presenta alle orecchie dopo i 4 minuti, che apre la strada al ritorno alle atmosfere iniziali. Purtroppo la pecca arriva nel finale, che sembra messo lì a forza solo per poter passare gli 8 minuti di canzone. “Neanderthal Sands” è la terza traccia del disco: chitarre pesanti, batteria sorda ma incisiva. La lead guitar apre la strada ad un cantato a metà strada tra graffiato e growl, che si alterna ad un buon pulito dalle basse tonalità. Attorno ai 2 minuti iniziamo a conoscere alcuni effetti di elettronica, che si mescoleranno poi bene al resto della musica. La canzone fila liscia fino ai 4 minuti, quando, prima del solo, le chitarre lasciano il posto a basso e batteria come accompagnamento principale della voce. “No Place for the Heart” ha un inizio molto soft di chitarra, alla quale presto si unisce un accordo di archi. Il tutto lascia posto alla canzone vera e propria, cantato clean e note lunghe. Tutto precede senza scossoni fino a poco prima dei 3 minuti e mezzo, quando il cantato si alterna con un quasi growl bello aggressivo, che si accompagna bene all’incremento ritmico del brano.
Arriviamo a “Black Rainbow”, la canzone che ci fa fare il giro di boa di metà album. L’inizio è bello ritmato ed accattivante, per poi procedere su ritmi niente affatto blandi, che contrastano bene col cantato clean. Davvero ben inseriti gli effetti delle tastiere. A circa 3 minuti e mezzo si ha un rallentamento, che ricrea per qualche secondo il battito cardiaco, per poi ritornare ai ritmi iniziali. Bello il momento degli assoli, davvero ben pensati. Forse l’unica piccola pecca nel brano sta nel cantato, che in un paio di punti sembra restare senza fiato e da l’impressione di faticare a finire la frase. “The Sins of Atlantis” è la sesta canzone: inizio soft, chitarra “spettrale”, basso inesorabile, testo parlato e ritmo sui piatti… un inizio assolutamente inquietante per la canzone più corta incontrata fin’ora. Un brano tutto parlato, ma davvero suggestivo, di 4 minuti che veramente volano. La settima traccia è “Zep Tepi”, che ci si presenta con una lunga parte iniziale strumentale. La voce appare dopo un minuto e mezzo con un cantato quasi parlato, che varia spesso dal clean cupo al graffiato quasi growl. Il brano sfiora i 9 minuti, ma non annoia affatto. “Back To Tilmun” è la penultima canzone: l’inizio è molto soft, per poi catapultarci in momenti molto più trascinanti che, in brevi tratti, ricordano un po’ il classico rock’n’roll. Ma sono pochissimi secondi, e si torna alle sonorità più classiche dei disco. In certi punti si sentono in sottofondo dei piccoli accenni di tastiera, un escamotage molto accattivante. Belli anche gli improvvisi cambi di ritmo e di battere/levare.
Giungiamo all’ultima canzone con “La Luna”, l’unica con il titolo italiano. Intro soft, schitarrate distorte poco dopo: uno strumentale di chiusura di quasi 3 minuti, un continuo crescendo fino alla conclusione, quando il volume inizia a scemare fino ad esaurirsi completamente.
Che dire, Violet Nebula Productions e Visionaire Records hanno per le mani un lavoro di buon livello. Il Doom degli Abyssian è davvero ben fatto ed accattivante. A parte un paio di pecche di poco conto, l’album merita assolutamente l’ascolto da parte degli amanti del genere e, perchè no, può essere un punto di partenza per chi vuole avvicinarcisi.

Label: Nebula Productions / Visionaire Records
Genere: Atlantean Doom Metal
Nazione: Italia



voto: 8/10

a cura di:
Robin Bagnolati

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