3 settembre 2015

Iron Maiden - The Book Of Souls

The beast is back !!  Propri così, a distanza di 5 anni  dal discutibile "The Final Frontier" la vergine di ferro è tornata dopo una lunga ed estenuante attesa, più forte ed ispirata che mai. Se il quindicesimo album non vi era piaciuto per la sua  troppa lunghezza ma soprattutto per alcuni brani un pò troppo prolissi e senza mordente questo "The book of souls" può fare il caso vostro, siete pronti per un viaggio di non ritorno? addentriamoci nel loro 16° capitolo: The Book Of Souls.

Questo Full- Lenght contiene 11 traccie ed è suddiviso in due parti, per la prima volta nella loro carriera hanno adottato l'idea di un doppio album e questa scelta si rivelerà molto azzeccata a causa della lunghezza dello stesso, ben 92 minuti di pura magia maideniana. La copertina è stata creata dal bravo illustratore Mark Wilkinson (ricordo la collaborazione con i maiden alla creazione  di altri artwork, come la riedizione del Live at Donington e il Best of the 'B' Sides, oltre naturalmente ai vari singoli come The Wicker Man e Out of the Silent Planet); artisticamente questa copertina è molto d'impatto e senza tanti fronzoli, rappresenta un Eddie mayano con tanto di tatuaggi tribali con un semplice sfondo nero, il suo sguardo molto aggressivo  guarda diretto l'ascoltatore e da il chiaro messaggio che nonostante i tanti anni alle spalle i Maiden sono tornati ad essere più aggressivi ed epici che mai nonostante la varie vicissitudini  come il recente tumore avuto dal cantante Bruce Dickinson. Questa copertina, come ho evidenziato nello speciale dedicato di qualche mese fa, ha  delle similitudini con l'artwork di Derek Riggs  del primo album "Iron Maiden" datato 1980, dove era rappresentato  anche in quel caso un Eddie molto minaccioso che guardava l'ascoltatore, ciò che la diversifica  da "TBOS" è il contesto e i capelli in più della mascotte che oltre a rappresentare l'epoca diversa rappresenta pure il sound e lo stile assai differente di adesso, infondo era l'epoca della mitica e rivoluzionaria scena Nwobhm (New Wave Of British Heavy metal).

Dietro a questo album c'era molta attesa e i vari addetti ai lavori, così come le varie Webzine inglesi che hanno avuto modo di  ascoltare  questo doppio full-lenght  in anticipo rispetto al resto del mondo, lo hanno reputato come uno dei album più riusciti  degli Iron maiden contemporanei, citando tantissimo "empire of the clouds" ( scritta e diretta dal cantante Bruce Dickinson) come il nuovo capolavoro della band londinese, citato  anche dallo stesso Steve Harris in una recente intervista : "Penso proprio che sia un capolavoro – credo di poterlo dire, visto che non l'ho scritto io! Suona come i Maiden, ma è totalmente diverso da tutto ciò che abbiamo fatto". Le premesse ci sono  però ora vediamo con mano o meglio dire prestiamo orecchio a questo nuovo album della leggendaria band inglese.

"Reefing a sail on the edge of the world
If eternity should fail
Waiting in line for the ending of time
If eternity should fail!"

L'album parte con "If Eternity Should Fail", Una buona opener che parte con una misteriosa intro dal sapore psichedelico ma molto più breve ed epica di "Satellite 15" dell'album precedente che ricorda a tratti le sonorità di alcune colonne sonore del maestro Ennio Morricone, il tutto per far strada ad un brano molto godibile nonostante i suoi quasi 9 minuti che non si sentono per niente. Questo brano, per la prima volta in "Drop-d", rimembra dai vari riffing fino ad arrivare al comparto melodico i lavori solisti  di Bruce Dickinson, non per nulla questa canzone (naturalmente scritta e composta dal singer) doveva essere inclusa nel prossimo lavoro da solista ma evidentemente ha così tanto affascinato Steve Harris che l'ha voluta integrare in questo platter ( stessa cosa accaduta nell'album No prayer for the dyng con il pezzo Bring Your Daughter... To the Slaughter), almeno questa volta il tentativo è risultato molto più positivo.
Si continua con un altro ottimo brano, ovvero il singolo "Speed Of Light" che riporta i maiden ai loro fasti, dotato di un energia molto positiva che rimembra gli anni d'oro della band, in questa canzone avvengono tante citazioni alla "golden year", si passa dalle sonorità di "Piece of mind" ai riffing di "Powerslave" facendo il verso anche a "Burn" dei Deep Purple; sicuramente uno dei migliori singoli dai tempi di "The Wildest Dreams" (Dance Of death 2004), d'altronde cosa ci si aspetta dall'accoppiata vincente firmata  Bruce e Adrian Smith? la vera qualità.
Proseguiamo l'ascolto con "The Great unknown"; un buon brano che per essere assimilato ha bisogno di diversi ascolti, apprezzabile il ritmo, canzone godibile ma nella media; invece per la harrisiana "The Red and the Black" c'è molto da parlare. Innanzi tutto questo brano è uno dei più lunghi dell'album, ben 13 minuti e 33, una canzone che fa parlare di se e coinvolge l'ascoltatore per la sua particolarità, soprattutto dopo tanti anni la vergine di ferro torna a mordere come si deve, dotato di un chorus molto ideale per le esibizioni dal vivo con tanto di "wooo- oooh , Wooo- ooh" che può piacere e coinvolgere il pubblico durante le esibizioni dal vivo, un brano che rimembra lavori come Fear Of the dark o Piece of mind ma anche episodi più precedenti come Brave new world e ritmi molto intrecciati che fa il verso addirittura a Thin lizzy, sicuramente uno degli episodi migliori di questo album, ispirata anche se un pò troppo allungata.
Come avevo detto, la canzone precedente mi aveva  particolarmente coinvolto  ma non posso dire lo stesso per "When the River runs deep" che sembra partire bene ma tutto sommato questo brano si fa notare per la sua velocità e per il sound che sembra tornare a sonorità più heavy oriented, come ai vecchi tempi. Ritornello simpatico per un brano godibile che si lascia ascoltare ma che personalmente non mi ha tanto entusiasmato.
Concludiamo il primo cd con una perla, se "The red and the black" mi ha fatto emozionare per i suoi cori e per la freschezza nelle melodie e soprattutto per l'ottimo lavoro alle chitarre dei vari Adrian Smith e Dave Murray, la title track "The book of souls"  mi fa quasi gridare al miracolo; sonorità oscure anticipate da un arpeggio quasi ipnotico, il livello melodico aumenta d'intensità con il passare dei minuti, la canzone si fa notare per il suo epico ritornello e con un Bruce veramente altisonante fino ad arrivare alla parte centrale dove c'è un fantastico cambio tempo, una bordata sonora dotata di un solo veramente efficace  (chi ha detto "Losfer Words ' Big Orra  - Powerslave " ?) che rende questo pezzo unico, uno dei migliori episodi di questo album se non il migliore del primo CD. La canzone si conclude con l'arpeggio iniziale lasciando  all'ascoltatore  un retrogusto veramente epico, erano anni che non ascoltavo dalla vergine di ferro un brano così ben strutturato, forse "The Talisman" di The final frontier poteva in qualche maniera somigliare ma questo episodio lo reputo assolutamente meglio riuscito fin dai tempi di "Dance Of Death", stupenda ed ispirata.

Rimuoviamo dal vano dello stereo il primo cd ed inseriamo la seconda parte del "libro delle anime".

Questo è il momento di una canzone più veloce e diretta, "death of glory" è un brano dotato di grande energia ma condito da un ritornello che non fa  inizialmente tanta presa,  però ascoltandolo più volte questo pezzo si fa apprezzare, un pò come "speed of light". Il brano narra la storia del barone richtofen a bordo del suo fokker, una canzone energica, una classica maiden song con un ottimo drumming, potrebbe diventare un altro ideale singolo.
Proseguiamo ancora con un altro buon brano, questa volta è il turno di "Shadow of the valley", un pezzo che inizialmente pare di ascoltare una scopiazzatura di "Wasted years" ma le melodie cambiano e  il tutto si trasforma in un altro classico Maiden, una buona cavalcata con riff ed assoli taglienti dal classico duetto magico (Dave Murray - Adrian Smith) e una buona amalgama dei vari strumenti condito dalla tastiera che da il suo classico tocco di epicità, godibile ma non il massimo.
Dopo due buone canzoni arriva uno degli episodi più piacevoli di questo nuovo platter, questo brano è una dedica all'attore scomparso lo scorso anno in circostanze molto tragiche, ovvero Robin Williams, questa composizione si sente fin dall'inizio che ha una certa sensibilità,  sembra ripercorrere le gesta di questo attore e soprattutto dell'emotività che trasmetteva al suo pubblico; il brano tecnicamente è il  più corto dell'intero album con i suoi quasi 5 minuti di tempistica, diversi cambio tempo con il comparto chitarristico che varia spesso di aggressività, originale e molto piacevole.
La penultima canzone "The Man of Sorrow" è invece una sorta di semi ballad dai toni tristi ma epici allo stesso tempo, ricordando vagamente alcune traccie dei precedenti album come "AMOLAD" o "The final frontier", anch'essa non è di facile assimilazione, un brano comunque abbastanza lineare che si lascia ascoltare dopo averla assimilata con svariati ascolti, non piacerà molto all'ascoltatore amante delle canzoni più dirette e di semplice ascolto.
Dopo una breve pausa  riprendiamo l'ascolto  con l'ultimo capitolo di questo  platter che fin ora ci ha abbastanza coinvolti e convinti, come se non bastasse dai Maiden non si sa mai cosa aspettarsi e dalla loro pentola magica a sorpresa sfornano uno dei migliori pezzi che questi signori, ormai quasi tutti sulla sessantina, hanno mai composto negli ultimi 20 anni. Si avete sentito bene, "Empire Of The Clouds" mantiene le promesse, più che una canzone è un opera, un film trasformato tradotto in drammatiche note musicali, emotivo ma allo stesso tempo triste; un connubio di emozioni ed ispirazione che erano anni che non si sentiva in una canzone dei Maiden. Il brano è il più lungo mai composto, ben oltre 18 minuti e mezzo superando di gran lunga la leggendaria  "Rime  of the Ancient Mariner" che si attesta a 13,36 di tempo. "Empire" narra i fatti accaduti nel 1930 quando il dirigibile R101 collassò dal cielo incendiandosi in circostanze ancora misteriose  causando diversi morti, un pezzo di storia veramente importante per l'aerenautica inglese. Il pezzo comincia con il pianoforte (si avete letto bene) suonato da Bruce Dickinson nella quale successivamente si aggiungono gli archi, naturalmente accompagnati dalla profonda ed ispirata voce dell "air raid siren", l'emozione sale assieme alla pelle d'oca, con il passare del tempo e con l'aumentare dei ritmi per finire ad un brevissimo stacco che viene interrotto da un martellante Nicko che con la sua batteria sembra battere una sorta di SOS in codice morse (cosa successivamente ripetuta verso la fine del brano), il brano decolla in tutta la sua magnificenza con tanta tecnica ed intensità, un Bruce Dickinson più che mai sugli scudi dai toni più acuti ma allo stesso tempo drammatici. Sicuramente una delle sue migliori esecuzioni in studio; l'audacità, la teatralità di questo brano non ha eguali; si va verso la fine dove la chitarra lascia improvvisamente di nuovo spazio al pianoforte che fa un' intensa scala discendente,  nei suoi restanti 5 minuti il brano tira fuori la sua massima drammaticità, rallentando il ritmo e concludendosi di nuovo con Bruce e il suo piano riprendendo il motivo iniziale in maniera molto più intima ed intensa. Parlandone in maniera molto oggettiva e con parole semplici, questo brano è veramente una gran bella cosa, mi ha spiazzato ed emozionato allo stesso tempo, è un connubio di tecnica, teatralità, progressive, heavy e tutto quello che sono stati e sono attualmente gli Iron Maiden, racchiudendo il tutto in una poetica opera di oltre 18 minuti che si piazza di diritto tra le prime cinque migliori canzoni mai composte, inaspettato.

A Maggio, appena avevano annunciato questo doppio  album, il mio pensiero non era tanto pretenzioso a riguardo, vuoi per la loro età ma soprattutto per le condizioni non ottimali in  cui Dickinson riversava, quindi mischiando il tutto successivamente prevedevo un album nella media o forse meno ma non di certo un opera di 92 minuti  che mi avrebbe coinvolto così tanto. "The Book Of Souls" mi ha veramente sorpreso, brani come "Tears of clown", la title track "The Book of Souls" ed "Empire of the clouds" mi hanno dimostrato che questi 6 signori londinesi non sono dei semplici esseri umani ma degli Highlander, l'età non li ha cambiati nemmeno con l'evento di una malattia tragica come un tumore (subito sconfitto); questo album si piazza di diritto tra le loro migliori composizioni della "nuova" era con Bruce dickinson, ovvero quella dal 2000 ad oggi, spazzando via i dubbi compositivi che ho potuto purtroppo constatare con "A Matter Of Life And Death" 2006 e soprattutto con il penultimo album "The Final frontier" 2010 che non mi aveva tanto convinto a parte alcuni episodi.
Per concludere il tutto mi viene  in mente una frase che leggevo spesso nei vari forum dedicati, gli Iron Maiden più invecchiano e più migliorano, proprio come il vino,  e che vino !!!!


CD 1:
If Eternity Should Fail – 8:28 (Bruce Dickinson)
Speed of Light – 5:01 (Adrian Smith, Bruce Dickinson)
The Great Unknown – 6:37 (Adrian Smith, Steve Harris)
The Red and the Black – 13:33 (Steve Harris)
When the River Runs Deep – 5:52 (Adrian Smith, Steve Harris)
The Book of Souls – 10:27 (Janick Gers, Steve Harris)

CD 2:
Death or Glory – 5:13 (Adrian Smith, Dickinson)
Shadows of the Valley – 7:32 (Janick Gers, Steve Harris)
Tears of a Clown – 4:59 (Adrian Smith, Steve Harris)
The Man of Sorrows – 6:28 (Dave Murray, Steve Harris)
Empire of the Clouds – 18:01 (Bruce Dickinson)

Line-up:
Bruce Dickinson: voce
Dave Murray: chitarra
Adrian Smith: chitarra
Janick Gers: chitarra
Steve Harris: basso, tastiere
Nicko McBrain: batteria, percussioni


VOTO: 8,5
A cura di Michele Puma Palamidessi


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Recensione a cura di Frank Travagli, giovane fan degli Iron Maiden, fondatore della conosciuta pagina "Le Migliori Frasi Degli Iron Maiden"

5 anni sono passati. 5 anni da quando ho conosciuto quella band che, da lì a poco tempo, sarebbe diventata la mia preferita in assoluto. 
Allo stesso tempo, quella band stava pubblicando in tutto il mondo il suo 15esimo album in studio, The Final Frontier.
Per cui, inevitabilmente uno dei miei primi ascolti fu proprio The Final Frontier.  Avevo ovviamente già ascoltato qualcosa dei grandi classici, però sapete, ero dodicenne, ero curioso di sentire prima i lavori più nuovi (anche se snobbai A Matter of Life and Death, perché pensavo fosse il loro primo album) credendoli migliori.

Adesso, dopo migliaia di dischi ascoltati e decine di concerti visti, sicuramente sono maturato e conosco più cose, sia sui Maiden che sul metal in generale.
Sono la mia band preferita in assoluto, l’ho vista due volte dal vivo, e come molti di voi,  mi sono dispiaciuto non poco quando ho saputo del cancro di Bruce. E ho gioito come una bestia quando ha detto di averlo sconfitto, anche perché è successo mentre mi dirigevo nel locale dove avrei tenuto il mio primo concerto.

Tutta questa gioia, però, è svanita nel momento in cui è stato annunciato The Book of Souls, con annessa tracklist e durata delle canzoni.
Premessa: sono uno che principalmente, quando ascolta metal, sente soprattutto band di heavy metal classico, speed metal e thrash metal old school. Quindi, canzoni che non superano quasi mai i 5 minuti di durata (anche se ci sono gruppi per cui esco di nonostante canzoni lunghe 24 minuti, ma sono pochi, e di sicuro non heavy metal).

Potete quindi immaginare la mia reazione nel  vedere che la canzone più corta dell’album, o meglio, doppio album,durava 5 minuti.
Questo, aggiunto al fatto che tutti i fattori facessero pensare ad un The Final Frontier parte2 (si, è stato uno dei primi album che ho ascoltato, ma non mi ha mai troppo emozionato, lo trovavo troppo lungo e carente di idee), mi aveva fatto stroncare l’album senza neanche aver sentito un pezzo.
Un giudizio affrettato, ma non pensavo potesse uscirne qualcosa di buono, per i miei canoni.

Tutto cambiò quando venne pubblicato quel famoso fraseggio di 28 secondi, quello che poi si rivelerà essere una parte di Speed of Light. 
Erano solo 28 secondi di una delle canzoni più brevi dell’album, ma questo bastò per riaccendere in me non una scintilla di speranza, ma un violento incendio.

Fui uno di quelli che rimase sveglio la notte tra il 13 e il 14 agosto per poter sentire in anteprima Speed of Light completa, e l’attesa devo dire che è stata ripagata. 
Da quel momento non aspettavo altro che il fatidico 4 settembre per assaporare di persona questo 16esimo lavoro in studio.

E ora finalmente l’ho potuto ascoltare, con qualche giorno di anticipo.

Beh, che dire.  Ci sono tante cose da dire, ma davvero tante. Cercherò di dirle attraverso una specie di mini track by track. Dico “specie” perché non ho intenzione di spoilerare tutto a chi non l’ha già sentito, e perché se incominciassi a parlare di ogni singola canzone e della sua composizione finirei domani, per cui mi limiterò a parlare delle canzoni in maniera abbastanza generica:

IF ETERNITY SHOULD FAIL: Il primo brano di questo nuovo disco. La opener. E il pezzo per cui nutrivo più speranze, soprattutto per i temi che avrebbero potuto essere affrontati. 
La canzone inizia con qualcosa che dovrebbe funzionare da intro, ma che sembra perlopiù già una parte di canzone. La voce di Bruce sembra quasi “galleggiare” tra dei suoni psichedelici che sembrano provenire dallo spazio.  Ma se c’è una cosa che i Maiden sanno fare bene, e che hanno sempre fatto, è soprenderci, a volte con successo e altre volte no.  Infatti, dopo un minuto e mezzo, dopo che ci si è abituati a quelle atmosfere oscure e strane, ecco che arrivano tutti e 6 con la classica cavalcata che li contraddistingue da sempre. 
Una strofa molto potente, uno dei ritornelli più accattivanti dei Maiden in assoluto, un bridge che non ha niente da invidiare all’epoca d’ora di questa band e un outro insolito per i Maiden (ma non insolito alle orecchie di chi conosce bene la carriera solista di Bruce Dickinson, da cui è stato strappato questo pezzo) , rendono questo pezzo una delle migliori opener di sempre.
Nonostante la durata, sembra durare meno di canzoni come The Wicker Man.
Particolarità del pezzo è che tutto suonato in una tonalità più bassa (drop D), il primo nella storia dei Maiden.

SPEED OF LIGHT:  Il primo singolo di quest’album. Tinto di Deep Purple nella strofa, ha dei fraseggi accattivanti, una velocità e un aggressività che mi erano mancate parecchio negli ultimi lavori, il tutto condito da un ritornello che fin dalla prima volta immagini di cantare insieme ad altre 60.000 persone in uno stadio.

THE GREAT UNKNOWN: Per un attimo sembra di essere tornati a The Final Frontier. Quella linea di basso e quell’arpeggio di chitarra fanno subito pensare ad un altro (ed ennesimo) pezzo con intro lento, riff, strofa, ritornello, assolo, ritornello, outro uguale all’intro. Ed invece quando ti aspetti l’entrata delle chitarre elettriche e del classico riff, la canzone esplode in un accattivante strofa, che sicuramente farà battere i piedi e farà muovere le teste a tempo. Dopo questa parte, ti aspetteresti un cambio su una tonalità più bassa per un pre chorus che farebbe da apripista ad un ritornello in stile The Final Frontier, ma invece la tonalità si alza proprio prima del ritornello, fino ad arrivare ad un ritornello stratosferico, uno dei più gioiosi dei Maiden in assoluto, e secondo me, uno dei più belli in assoluto. Dico già da adesso che eviterò di citare il lavoro dei tres amigos, semplicemente perché in questo album hanno raggiunto il loro picco, scordatevi gli assolo spesso sconclusionati di The Final Frontier, qua sembra di essere tornati negli anni 80, per cui se pensate “e qua come suonano Dave, Janick e Adrian?” rispondetevi: “da Dio”.
L’arpeggio iniziale ci porta anche alla conclusione del pezzo, accompagnato sulle ultimissime note dalla voce di Bruce.

THE RED AND THE BLACK: Se avevate letto qualche recensione online, sicuramente sarete impazienti di ascoltare questo pezzo quasi quanto siete impazienti di sentire Empire of the Clouds.
Riff sublimi, Bruce che ci fa capire che il suo cancro alla lingua non sta influendo in alcun modo sulla sua voce, cori travolgenti (“wooh oh wooh oh oh ohhh”), cavalcate, assolo da urlo. 13 minuti che scorrono via in due. 

WHEN THE RIVER RUNS DEEP: Veloce. Potrei fermarmi qui. Riff aggressivi, strofa VERAMENTE accattivante, Nicko che pesta come poche volte negli ultimi anni, Bruce che scatena la sua laringe. L’ho già detto che è veloce?

THE BOOK OF SOULS: Attenzione, probabilmente ci troviamo davanti ad una delle migliori title track dei Maiden mai scritte. Epicità. Tanta epicità, ma senza l’abuso di tastiere, solo riff e linee vocali, condite comunque da qualche tastiera per dare più atmosfera. Di solito i Maiden negli ultimi album usavano troppa epicità anche per pezzi che non dovevano averla, il che portava ad un “appiattimento“ di atmosfere in tutto il disco, e naturalmente le title track non risaltavano come avrebbero dovuto. Qua invece, riescono a rendere questo pezzo il più epico di tutto di tutto il (primo) disco. Un pre chorus che a mia detta è uno dei migliori fraseggi scritti dai Maiden dal 2000, un ritornello colossale e una sezione ritmica che fa risaltare l’epicità del brano.  Per non parlare della parte dopo il ritornello, ma non posso spoilerarvi tutto, no?
Un vero e proprio inno alla civiltà Maya e alla sua caduta.


DEATH OF GLORY: Prendiamo la macchina del tempo e torniamo nell’84. Potrebbe essere la sorella perduta di  Aces High, magari non bella come lei, ma comunque una grandissima gnocca lo stesso.  Il brano più aggressivo del disco, in cui i Maiden non rinnegano gli anni 80, anzi, li celebrano.

SHADOWS OF THE VALLEY: Mi risparmio i commenti sul “E’ uguale a Wasted Years”, perché si, la somiglianza con il famoso riff è innegabile, ma sono tre note su una canzone di quasi 8 minuti, tre note che tra le altre cose non vengono neppure ripetute nella canzone.
Anche qui, abbiamo ritmi abbastanza sostenuti, riff e strofe accattivanti, melodie a non finire, ritornello che richiama un po’ A Matter of Life and Death, brevi cori e ovviamente grande prestazione di Bruce, anche se non la più grande. 

TEARS OF A CLOWN: Ammettetelo, dopo aver letto il titolo e aver scoperto che parla di Robin Williams, vi aspettavate una bella ballad, con arpeggi e linee melodiche strappa lacrime. E invece i Maiden ci sorprendono ancora, stupendoci con un brano accattivante, e in un certo senso anche aggressivo, se considerate anche le parole di questa composizione. Non c’è tanto dello stile dei Maiden (tranne per gli assolo e per i loro fraseggi tanto semplici quanto ricercati), ma non delude per niente. Sembra anche radio friendly, magari potrebbe girare su qualche radio.

THE MAN OF SORROWS: La ballad è comunque presente, ed è proprio questa triste e malinconica traccia. Inutile negare che dopo tanti pezzi che colpivano al primo ascolto, questo può sembrare abbastanza sotto tono,nonostante quell’assolo iniziale da pelle d’oca. Neanche a me ha colpito troppo in effetti, ma col tempo sto imparando ad apprezzarlo nelle sue sfumature. I Maiden non avevano mai scavato così a fondo nella tristezza dell’essere umano, e il risultato è qualcosa di veramente malinconico, soprattutto se associato alle liriche cupe. Il buon Davey non ha deluso, ha semplicemente oltrepassato quella soglia di sperimentazione che in questo album potrebbe essere stroncata o apprezzata più che in altri. Per certi versi, è una delle canzoni più complicate mai composte dai Maiden, e solo il tempo ci dirà se funzionerà o meno.

THE EMPIRE OF THE CLOUDS: E’ il pezzo che sicuramente volete ascoltare da quando è uscito l’album. Non potete negarlo. La canzone più lunga dei Maiden arriva nel 2015, ed è scritta non da Steve, ma da Bruce, al pianoforte.
Questi fattori sicuramente hanno creato un’ atmosfera di mistero che ha fatto aumentare l’hype di tutti i fans del globo.
Beh, con questa traccia ogni commento è superfluo. Bisogna ascoltare, perché non è possibile rendere un’idea di cos’è questa canzone. Non è la più epica, ma allo stesso tempo lo è. Una composizione che varia dall’hard rock all’heavy metal puro, passando per pezzi di pianoforte toccanti e SOS in codice morse. Il tutto in 18 minuti che sembrano durare 5 appena, e che alla fine ti fanno dire: “Ma come? E’ già finita?”.
Sicuramente, uno dei punti più alti mai raggiunti dai Maiden, sia come compositori che come musicisti.

Insomma, come avrete capito, sono passato dal criticare anche la copertina dell’album (ma mai il ritorno del vecchio logo) ad ascoltare volentieri ogni singola canzone. La mia opinione adesso? 
Senza esagerare, il miglior album dai tempi di Seventh Son. Il mio timore per la prolissità delle canzoni da 10 minuti è sparito del tutto. In qualche modo le canzoni sembrano durare meno della metà della loro effettiva durata. Sembra durare molto di più Brighter than a thousund suns che Empire of The clouds o The red and the black.
Qua c’è tutto. Ci sono gli Iron Maiden, di tutte le ere. Molti hanno detto che vedono questo album come una rivisitazione in chiave Brave New World di Somewhere in Time, altri un A Matter of Life and Death in stile anni 80, altri ancora un Seventh Son unito a Dance of Death, con sprazzi di Powerslave e No prayer for the dying.
Beh, avete ragione tutti.  Qua ci sono tutti gli album dei Maiden in uno solo. Ogni nota, ogni fraseggio, ogni stile che hanno sperimentato. E’ tutto dentro a questo doppio album. E il risultato non è soddisfaccente, di più. Perché mettere tutti questi elementi dentro ad un disco è una bella cosa, ma farli suonare in maniera che funzionino è un’ altro discorso, discorso che i Maiden hanno sicuramente affrontato e risolto. Magari con qualche aiuto dall’esterno (Bruce ha dichiarato che molti pezzi, tra cui If Eternity Should fail, erano destinati a finire, anche se in versioni quasi differenti, sul suo album solista), ma il risultato è dannatamente grandioso.

Non è un ritorno agli anni 80 perché come sappiamo tutti in quegli anni la canzone più lunga era un’altra, ma è di sicuro un ritorno degli Iron Maiden ad un’ epoca d’oro (o Maya?).
Non per niente questo album sta raccogliendo consensi più che positivi anche da gente che considerava i Maiden morti da 20 anni. 

Sia nell’insieme che presi singolarmente i membri fanno cose incredibili, soprattutto il trio di chitarre più famoso al mondo e Bruce Dickinson, che nonostante al momento della registrazione avesse due tumori (e sapeva di averli),  non ha mollato, e ci ha donato la migliore prestazione vocale degli ultimi 10 o forse 20 anni. Ma del resto, il buon vino migliora invecchiando, no?

Sono andato a rileggere tutte le sfuriate che avevo fatto al momento dell’annuncio, e tra un paio di risate ho letto una domanda che avevo posto: “Come fa un album heavy metal a durare 92 minuti?”. E adesso che ci penso, ho la stessa domanda, ancora senza risposta. “Come fa un album heavy metal a durare 92 minuti?”. Non lo so, ma sicuramente questo è un album heavy metal e dura 92 minuti. E da qui potrebbe incominciare una nuova era: quella dei fans come me, che a nemmeno 17 anni, impazziscono per questa band magica, che bene o male ci ha sempre regalato emozioni e dischi non da poco. E mi piace pensare a questo album come un regalo diretto proprio a questa tipologia di persone, quelle che purtroppo non hanno potuto subito assaporare album come Powerslave o Piece of Mind al momento della loro uscita.

Così , alla fine, son passato dal ritenere questo album il peggiore di sempre solo guardando la durata e la copertina (che tral’altro adesso amo, nella sua semplicità) all’elogiarlo come successore di Seventh Son.
Si può dire che ho imparato la lezione: non giudicare un libro dalla copertina, soprattutto se quel libro è il Libro delle Anime.

Voto: 9
















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