11 dicembre 2017

Extinction (Intervista)

Saluti dalla redazione di Heavy Rock’n Blog(HRB), presentatevi ai lettori (soprattutto per chi ancora non conosce il vostro progetto), chi sono gli Extinction?

(Danilo, chitarra) Ciao a tutti. Noi Extinction siamo una band di Torino dedita al Thrash Death Metal con voce femminile. La band è stata attiva dal 1995 al 1997 nel Salento, ed è stata riformata con una nuova formazione a Torino nel 2014.


Come mai avete scelto questo nome per la band? Cosa significa per voi “Extinction”?

(Danilo) Il nome mi era rimasto impresso dopo l'uscita dell'album dei Megadeth "Countdown To Extinction", ed il suo significato è stato da subito rivolto ad una umanità sempre più vicina ad una auto-estinzione. Le cause sono sotto gli occhi di tutti, ma gli artefici di ciò operano nell'anonimato più totale. Molti di questi temi sono trattati nei nostri testi.

Siete dei veterani, attivi dal 1995, che difficoltà avete trovato rispetto agli anni 90/inizi 2010 essere una metal band in Italia? Cosa è cambiato in positivo e in negativo?

Sono cambiate veramente tantissime cose dagli anni novanta ad oggi. In quei tempi, farsi conoscere, era tutto più difficile. Per pianificare un live c'era il passaparola, i volantini distribuiti e affissi abusivamente, ha ha. Era tutto più "artigianale", se vogliamo dirla così; ma in compenso tutto più divertente ed avventuroso. Ed era una gioia immensa trovare le recensioni sulle riviste specializzate del proprio demo. Per non parlare poi della difficoltà nel reperire un contratto discografico, dove solo chi valeva veramente poteva sperarci. Con l'avvento di internet è cambiato il mondo e tutto è diventato più semplice; dove la tecnologia ha permesso a chiunque di uscire con un album e promuoverlo facilmente. Ciò che si è perso con l'avvento dei social network è la voglia di uscire di casa per andare ad un concerto, la curiosità di ascoltare una nuova band, socializzare con le persone... Ormai gira tutto intorno ad un telefonino il quale ti dà tanto a portata di mano, ma ti rende schiavo di un mondo finto e digitale.

Parlateci del nuovo album “The Monarch Slaves”, a livello narrativo e non solo è interessante ed ha avuto un ottimo feedback da parte dei media e dagli amanti del genere.

(Danilo) Si, l'album sta riscuotendo un inaspettato successo. E' composto da dieci tracce, di cui quattro riarrangiate dal demo "Progress Regress" (1996), cinque nuove composizioni ed una cover, ovvero la versione "thrashizzata" di "Smells Like Teen Spirit" dei Nirvana, che, per la singolarità della scelta, ha fatto molto discutere. Il nostro stile spazia dal thrash al death, non precludendo soluzioni stilistiche che nell'insieme rendono l'album vario e facilmente assimilabile. In merito ai testi, parecchi trattano tematiche legate agli operati di una elite occulta che, per propri interessi, trama sulle vite della popolazione mondiale.

Alice Darkpeace, innanzi tutto complimenti hai una bellissima voce, come ci si sente a partecipare in un talent show? Soprattutto promuovendo il vostro singolo “Conspirators”?

(Alice, voce) ‘Italia’s got Talent’ è stata un'esperienza indimenticabile, tenendo conto che la mia candidatura è avvenuta per gioco, e mai avrei pensato di essere scelta e di superare le selezioni. Ho potuto confrontarmi con persone molto preparate a livello musicale, che tra l’altro conoscevano bene il metal estremo e, pertanto, sono stata presa sul serio e non ridicolizzata. La scelta di utilizzare come base per la mia esibizione il brano "Conspirators" è stata una scelta ovvia, in quanto era al momento la prima e unica registrazione con la nuova formazione. Per concludere, l'esibizione è stata accolta calorosamente tra lo stupore generale del pubblico. Se avete voglia, in rete potete ancora visualizzare il video.




Che progetti avete per il 2018?

(Alberto, batteria) I progetti per il 2018 sono innanzitutto quelli di terminare le composizioni per il prossimo album che attualmente sono a buon punto (con materiale veramente interessante) e, successivamente, andare in studio per registrare le nuove tracce.

La redazione di HRB vi ringrazia per l’intervista rilasciata e vi augura un grosso in bocca al lupo e spera di vedervi prima o poi live per un probabile live report.

(Alberto) Per i live ci vedrete sicuramente al Metal Queens Burning Night a Romano Canavese (To) la prossima primavera, ed in ballo ci sono alcune date all'estero (Germania ed est Europa), ma è tutto da confermare e non possiamo dirvi di più. Grazie mille per l'opportunità di questa intervista e crepi il lupo.




A Cura di:
Michele Puma Palamidessi


16 novembre 2017

Furor Gallico - Songs From The Earth

Cari amici di Heavy Rock’n Blog, il disco che vi propongo in questa occasione è il secondo full-lenght dei Furor Gallico, band lombarda nata nel 2007 con l’intento di fondere il Metal alla musica celtica, raccontando le leggende e le storie della loro terra natia. La loro prima release risale al 2009, quando la band pubblica la prima demo “390 b.C. – The Glorious Dawn”, seguito due anni più tardi dal primo full-lenght “Furor Gallico”, autoprodotto e auto distribuito. Questo album attira l’attenzione della tedesca Massacre Records, che ristampa il disco e lo distribuisce nel globo. Dopo alcuni cambi di formazione (continuati anche dopo), nel 2015 vede la luce il secondo album della band, intitolato “Songs From The Earth”, distribuito da Scarlet Records. Alla realizzazione del disco ha lavorato la seguente lineup: Davide “Pagan” Cicalese (voce), Luca “Oldhan” Rossi (chitarra e cori), Mattia Pavanello (chitarra), Fabio Gatto (basso), Mirko Fustinoni (batteria), Paolo Cattaneo (bouzouki, tin whistles e cornamusa), Riccardo Brumat (violino) e Becky Rossi (arpa celtica).

Il disco parte parafrasando il proprio titolo con “The Song of The Earth”: la pioggia ci accoglie insieme ad una dolce melodia di flauto e violino, prima di passare alla carica della ritmica metal. Il cantato si inserisce con un growl deciso, mentre la melodia gioca alla perfezione con la ritmica. Nella seconda metà il brano ci regala un deciso rallentamento, un periodo nel quale si inserisce un coro e il cantato raggiunge note piuttosto elevate in scream. Si passa a “Nemàin’s Breath” e al colpo di cassa che la apre dando vita ad un ritmo tribale supportato dal basso. Entra in scena la cornamusa e il ritmo si alza, portando una gran voglia di ballare. Bella la collaborazione tra i vari strumenti tradizionali, mentre la parte metal prosegue incessante, con brevi spezzoni leggermente influenzati da ritmiche Prog. La seconda parte del brano ci regala un lungo momento puramente melodico, lasciandoci un momento di serenità prima del finale in continuo crescendo! Il terzo brano è “The Wild Jig of Beltaine”: arpa e violino aprono dolcemente le danze, crescendo in fretta per aprire la strada al ritmo pesante e cadenzato della batteria. Il cantato è energico e trascinante, anche nei momenti in cui lo strumentale risulta più calmo. Questa canzone è il classico riempipista del mondo folk metal, perché risulta impossibile in sede live non mettersi a ballare sotto al palco, sia nei momenti energici sia nei momenti più lenti e melodici. Dopo un primo trittico inglese se ne apre un altro, questa volta in lingua italiana: una melodia malinconica sopra ad una ritmica intensa apre “La Notte dei Cento Fuochi”, che continua con la proficua collaborazione tra gli strumenti tradizionali e quelli dell’era elettrica. Molto d’effetto il momento melodico con il cantato a far capolino sottovoce. A completare la magia arriva nel finale il coro, armonizzato su più parti mononota. Con “Diluvio” arriviamo al momento più intenso e riflessivo dell’intero disco, quasi una specie di ballad: la chitarra classica ci accoglie e Davide si presenta con un cantato clean purtroppo non convincente al 100%. La sezione ritmica non raggiunge picchi di intensità, lasciando spazio alle melodie intonate da voce, violino, chitarra flauto e arpa. Quando aumenta l’intensità del brano, il cantato si fa leggermente più graffiato risultando totalmente convincente. Dopo il solo di chitarra ci troviamo ad ascoltare un periodo di metal abbastanza energico, prima di raggiungere la melodia dolce del finale. Arriviamo ad una delle canzoni più attese in sede live, ovvero “Folletto Squass”: ritmica swing per basso e charleston che apre ad un brano molto cadenzato e che fa venire voglia di lanciarsi a girare sul posto tenendosi per le braccia. Lo swing iniziale non è l’unica stranezza in un brano del genere, infatti troviamo anche un momento con sonorità a metà tra l’irish e il western e un altro puramente blues, mentre possiamo percepire il bilinguismo del testo grazie ai momenti dialettali. Torniamo alla lingua inglese con “Steam Over The Mountain”: chitarra distorta che apre ad un brano dalle influenze decisamente più Thrash e Alternative. Viene difficile pensare di essere all’ascolto di un brano Folk Metal finchè in sottofondo non avvertiamo gli strumenti tradizionali. Qui troviamo una parte di cantato femminile, quasi rappato. Sicuramente un brano al di fuori dello standard Folk, ma che aiuta ad aumentare la varietà del disco. La canzone che ci apre la strada verso la fine del disco non lascia dubbi già dal titolo, ovvero “To The End”: ritornano le sonorità puramente Folk, con violino, arpa e tin whistle a farla da padroni, fino all’aumento di intensità della batteria e all’ingresso in scena della chitarra. Bella l’alternanza tra momenti più tradizionali e corali e altri decisamente più estremi: ad un ascolto distratto verrebbe da chiedersi se la canzone è finita e iniziata quella successiva. Il finale è totalmente dedicato agli amanti della musica celtica: da non perdere. “Eremita” chiude l’album aprendosi a noi con violino e tin whistle dediti alla melodia principale, una melodia dalla grande dolcezza che lascia poi il posto ad una parte più malinconica ed energica, con un cantato che svaria dal graffiato alle timbriche più estreme, passando anche per momenti clean. Nel brano più lungo del disco trova spazio anche un momento di solo di tastiera abbastanza rilassato, prima di partire per la cavalcata conclusiva, corredata da effetti elettronici stile U.F.O.: facile restare con un punto di domanda stampato in faccia.
Che dire, il livello di questo album non si discute, perché le canzoni sono varie e non annoiano, sono ben strutturate e ben posizionate nella scaletta, rendendone l’ascolto molto più semplice e piacevole. Ma state tranquilli se mentre ascoltate la sesta traccia vi ritroverete a ballare sulla sedia, perché probabilmente è colpa dell’idromele del “Folletto Squass”!

Rate: 8,5/10

Tracklist:
The Song Of The Earth
Nemain's Breath
Wild Jig Of Beltaine
La notte dei Cento fuochi
Diluvio
Squass
Steam Over The Mountain
To The End 
Eremita

Line-up:
Davide: Growl, Scream and Clean Vocals
Gabriel: Guitar and Backing Vocals
Marco: Bass
Mirko: Drum
Becky: Celtic Har


Rate: 8,5/10

A cura di:
Rob Bagnolati ( Steel On Fire )

25 ottobre 2017

Wind Rose - Stonehymn

Wind rose, ovvero Rosa dei venti, è il nome di un gruppo power metal (Dwarven Metal), progetto italiano che affonda le sue radici nella ricca terra toscana, esattamente a Pisa, tra la Torre pendente ed una vastità di natura verdeggiante di periferia. Il loro percorso inizia proprio qui, nel 2009 con il rilascio di una demo l’anno successivo e 3 album in studio. La band, fondata da Claudio Falconcini (chitarra e voce), Federico Meranda (tastiere) e Francesco Cavalieri (voce), si ispira ad un sound che rimanda le ballate vichinghe e norrene e, per impersonarsi in questa tradizione secolare, il loro abbigliamento per le video compilation è costituito da armature con inserti metallici e vesti bluastre e marroni, come a creare un legame tra Terra e Cielo; fondendosi in un unico insieme armonioso e guerrigliero.
Le loro canzoni sono costituite il più delle volte da cori femminili che rendono più epico il suono e le tematiche, basate prettamente su dei concetti pagani, animisti e trascendentali, con un ritmo piacevole ed interessante. In questa recensione andremo ad analizzare il loro ultimo album in studio, ossia “Stonehymn”.

Iniziamo con l’analizzare la copertina. Appena la si vede parte un brivido di freschezza che percorre la mente ed il corpo data la rappresentazione di un paesaggio montano imbiancato di candida e soffice neve, la quale si muove nell’aria grazie ad un vento freddo e glaciale. Al centro del paesaggio sovrasta una sorta di totem (un feticcio divinatorio) raffigurante dei lupi e delle ali di aquila dove poggiano dei resti di cervi e renne i cui cadaveri sono stati precedentemente dilaniati dai due rapaci che dominano il paesaggio sconfinato. Il gelo che ci trasmette è assai persistente, ed il silenzio e la solitudine fanno da padroni attorno a questo panorama nordico.

Le tracce sono complessivamente 9, tra cui spiccano due strumentali, ossia la prima e la sesta (distant battlefield, the animist) della durata di un minuto e mezzo circa l’una. In tute le canzoni la melodia ed il coro portentoso e vivo danno ad ogni singolo brano un alone di epicità medioevale, tale per cui ci si immedesima in un contesto storico antico e misterioso. La chitarra, martellante e copiosa, emula una cavalcata oppure un rimando alla guerra e le tastiere danno un tono di melodica armonia a tratti gregoriana. I cori maschili e femminili, invece, orientano il ritmo degli strumenti fino a creare un insieme omogeneo e solenne.
Inoltre, il ritmo molto ballabile, invoglia la gente a balli folkloristici di gruppo, come se ci si trovasse tutti assieme in un grande salone spartano coi calici di birra in alto a brindare e danzare irrefrenabilmente. Tutte le loro canzoni, infatti, ci catapultano in una realtà anacronistica, dove le donne indossavano lunghe gonne pesanti dai colori neutri e gli uomini avevano lunghe barbe e fisici tozzi e corpulenti. E, nella quinta track, si enfatizza un ritorno alle origini dopo essere transitati attraverso ad un foresta verdeggiante ed incontaminata, assaporando quegli odori permasi dopo secoli e secoli. Quella realtà utopica riporta il nome di Erebor, la montagna solinga citata nei romanzi di John Ronald Reuel Tolkien riguardanti “Il Signore degli Anelli” laddove il misticismo e la fantasia si uniscono armoniosamente, fino a creare un mondo parallelo a quello odierno, inquinato e dettato dall’uomo.

Le melodie e le tematiche sono molto molto azzeccate in quest’album che trasuda mitologia e fantasy da ogni poro. Un album che racchiude dentro sé un lavoro di mesi e mesi, ma che al primo ascolto si può benissimo reputare un album che rispecchia il concetto di fantasy e di medioevale in una maniera virtuosa e piacevole. Un album da 7 tondo tondo, insomma. Lo consiglio vivamente agli amanti del power a sfondo epico ed a tutti color che sono interessati a riscoprire la letteratura nelle canzoni. Veramente buono!



Silvia S.
                                                                                                                                                                          Formazione:

Daniele Visconti (batteria, seconda voce)
Claudio Falconcini (chitarra, seconda voce)
Federico Meranda (tastiera)
Francesco Cavalieri (voce)
Cristiano Bertocchi (basso)

Tracklist:

Distant Battlefield
Dance Of Fire
Under The Stone
To Erebor
The Returning Race
The Animist
The Wolves' Call
Fallent Timbers
The Eyes Of The Mountain

Rate: 7

Recensione a cura di  Silvia S.

14 giugno 2017

Dragonforce - Reaching into Infinity

Direttamente dal Regno Unito (e da altri Paesi), ecco a voi i Dragonforce! Attivi dal 1999, in quasi 20 anni di carriera ne hanno passate tante: 5 dischi, un live e tantissimi cambi di line-up. Inventori del genere "Extreme Power Metal", i Britannici hanno fatto (nel bene o nel male) la storia. Divenuti famosissimi con la traccia "Through the Fire and Flames" (dal disco Inhuman Rampage), questa band ha tanto da offrire, oltre a velocità disumana e tecnicismo. Ed ecco che, con una line-up (si spera) stabile, i Dragonforce ci presentano la loro ultima fatica discografica, "Reaching into Infinity"

 Il sipario si apre dopo un'intro sci-fi, e lo spettacolo inizia! "Ashes of the Dawn" è una traccia più calma rispetto a quanto i Dragonforce ci hanno abituati, ma più epica e sinfonica. Il primo singolo, "Judgement Day", inizia con una sezione scritta da David Guetta (scherzo, scherzo!), ma esplode in una furia di riff e batteria che spazza via tutte le brutte intenzioni dell'intro. Ma un riff più groovy spezza in due la traccia, che finisce su un coro di voci che sicuramente farà sgolare i fan durante i concerti. "Astral Empire" ci riporta su strade già conosciute alla band, offrendoci il loro classico "Extreme Power Metal". Dopo il massacro (in senso positivo positivo eh!) della precedente traccia, i Nostri ci danno qualche minuto di respiro ed epicità, con "Curse of Darkness", una traccia più ispirata e ragionata, con tanto di intermezzo acustico . Una song dal fortissimo appeal cinematografico. Quando i Dragonforce scrivono ballads, qualche lacrima scappa, è normale. Questa "Silence" non è da meno: una power ballad dalla fortissima atmosfera malinconica e nostalgica, con un chorus da cantare a squarciagola. Una traccia da brividi, meravigliosa. Ma basta piangere! "Midnight Madness" ci rallegra con un tappeto sonoro veloce e deciso, accompagnato da un testo di speranza e self-trust. Non manca il bridge elettronico, preceduto e seguito da un paio di assoli da far incendiare le mani di chiunque proverà a f arne una cover! Una canzone che creerà dei poghi da spezzacollo, e sicuramente una delle più veloci dell'intero disco! 



Now this is War! 

Ecco che il disco diventa Thrash. "War!" mette subito le carte in tavola: strofa sostenuta da riffing e drumming in pieno Thrash, e ritornello powerissimo. I Dragonforce dichiarano guerra, e lo fanno con grinta e ferocia! "Land of Shattered Dreams" riporta il disco sui suoi passi, dove l' "Extreme Power Metal" ritorna prepotente, in una traccia spavalda, ma con leggero retrogusto sognante. Ci siamo: "The Edge of the World". 11 minuti e 03 secondi di Dragonforce. Pronti? Chitarra acustica e voce danno subito spazio a un riff tipico degli Iced Earth. La traccia procede su lidi epici, decisi e risoluti, con un chorus molto ispirato. intorno ai 5 minuti la canzone si ferma, dando spazio a un solo lento e rilassato, su cui ci potrebbe star benissimo una sezione recitata. All'improvviso, parte una sezione quasi Death Metal mista a sezioni elettroniche, su cui si distingue un meraviglioso e completamente inaspettao growl cavernicolo. Senza ombra di dubbio, la canzone migliore del disco, che si chiude su una melodia dolce e rilassante. Ed eccoci arrivati ai titoli di coda: "Our Final Stand", il riassunto di un po' tutto il disco. Come il titolo stesso suggerisce, questa è la fine. Come quando, alla fine di un bel film epico e colmo di azione e avventura, sei seduto lì, durante i titoli di coda, a rivivere i momenti migliori del film accompagnato dalla colonna sonora di sottofondo, questo disco finisce nella stessa maniera, con un senso di nostalgia e meraviglia.


"Reaching Into Infinity" è un signor disco, senza dubbio: ispirato, epico, nostalgico, malinconico. Una montagna russa di emozioni. ogni canzone è a sé stante, e allo stesso tempo indispensabile per la successiva. Ogni traccia, ogni song, offre emozioni diverse, e tutto il disco, come già detto prima, ha un fortissimo appeal cinematografico. Dai titoli di testa, allo svolgimento, ai titoli di coda. La colonna sonora perfetta per un film Sci-Fi da Oscar.

 VOTO: 8.5/10 

 Tracklist: 
01 - Reaching into Infinity 
02 - Ashes of the Dawn 
03 - Judgement Day 
04 - Astral Empire 
05 - Curse of Darkness 
06 - Silence 
07 - Midnight Madness 
08 - War! 
09 - Land of Shattered Dreams 
10 - The Edge of the World 
11 - Our Final Stand 

Line-Up: Marc Hudson - voce Herman Li - chitarra Sam Totman - chitarra Vadim Pruzhanov - tastiera Frédéric Leclercq - basso Gee Anzalone - batteria

A Cura di:
Antonio Rubino

1 giugno 2017

Elarmir: intervista alla band

Ciao ragazzi, benvenuti su heavy rock 'n blog, per me è un onore. Iniziamo con la presentazione della band: intanto il significato della parola Elarmir cosa vuole dire all'ascoltatore??

Alex: Il nome "Elarmir" l'ho scelto dopo aver letto un romanzo dal titolo  “Tractatus Satanicus" che ho comprato da ragazzino e che è stato la mia prima fonte di ispirazione. Nel libro, Elarmir è il nome dell' "Angelo della Violenza" (non del caos!). Ovviamente è un personaggio di fantasia, di cui non c'è assolutamente alcun riscontro in nessun altro testo. Il carattere di quest'angelo maledetto rappresenta bene lo stile dei nostri brani nei quali si alternano momenti di violenza a momenti di quiete. 

Parlateci un po' della vostra storia artistica che è a dir poco interessante:
La nostra storia artistica è in continua evoluzione. Il mutamento quotidiano ha contribuito all’incontro con diverse realtà e contaminazioni musicali che hanno reso il progetto più personale, mantenendo comunque l’impianto stabile della band riconoscibile nelle composizioni di Alex.


Gabriella hai una voce interessante e molto versatile, so anche che non canti solo negli Elarmir e insegni addirittura, come fai a tenere così tanti progetti assieme? 

Gabriella: Ti ringrazio, proprio questa mia versatilità mi ha sempre aiutato a non chiudermi in un solo progetto o genere musicale. Oltre gli Elarmir, essendo di formazione classica, porto avanti la mia carriera di cantante d’opera oltre che come vocal coach di canto moderno e classico, infatti in questo periodo ultimo sono concentrata col debutto del mio nuovo progetto teatrale Les Femmes Du Mal. Come tutti i musicisti che fanno questo mestiere sia io che Alex siamo coinvolti in più situazioni musicali di vario genere, e questo ci aiuta ad avere un’ apertura mentale importante per noi stessi ai fini delle nuove composizioni musicali per il nuovo disco.


Mi complimento con voi per l'ottima cover di David Bowie “Blackstar”, più che una cover è un vero e proprio tributo.
Ti ringraziamo! Blackstar è stata un idea di Gabriella già da tempo. L’idea era di crearne una nostra versione personale restando fedeli alla struttura originale di Bowie che ci entusiasma sempre. Vuole essere un vero e proprio tributo ad un artista innovativo che ha cambiato il modo di vedere la musica ed è per noi un grande onore misurarsi con un personaggio di tale calibro. Da poco sono terminate le riprese del videoclip che uscirà a breve.

A che punto è il nuovo album? Cosa potete anticiparci?
Stiamo lavorando da diversi mesi alla pre produzione del nuovo disco. Come già anticipato in vari comunicati saranno presenti varie super guest, di più non possiamo anticiparvi.

Un saluto ai nostri lettori, per me è stato un grande piacere intervistarvi, spero di vedervi live il prima possibile.
E’ stato un vero piacere anche per noi, non mancherà occasione per quanto riguarda i live.
Un saluto a tutti i lettori e grazie per lo spazio dedicatoci.





30 maggio 2017

Killer4 - Sliptrick Records (EP) (Planet Underground)


“Killer4” è stato registrato nei mesi di febbraio-marzo 2016 presso gli studi Dancetool di Piacenza da Riccardo Demarosi ed è prodotto da quest’ultimo e dalla stessa band. Il disco è uscito nel mese di novembre per l’etichetta Sliptrick Records. La grafica è a cura di Riccardo Covelli. E' il primo ep per i Killer4 da Piacenza, prodotti dalla Sliptrick Records e già pieni di buoni propositi ed energia in quantità. Un rock abbastanza canonico ma dagli spunti vincenti, quello contenuto in questo "Killer4", con cinque brani che esplorano territori molto vicini al grunge, ma anche all'hard rock più lineare.
La voce ruvida di Dario Caruana regge bene l'impalcatura sonora della band, e riescono a spuntarla grazie a brani dalla facile presa come "Run Away" e “Stretch Out Your Hand to Me”, brani dal piglio leggermente ruffiano, ma in cui non mancano le classiche schitarrate che si pongono a cavallo tra grunge e stoner. Quando arriviamo alla conclusione del disco, la band decide di rallentare il tiro, tiando fuori un brano allucinato e più introspettivo come “Release Me”. Ma durante l'ascolto del disco sono i tempi diretti a dettare legge, come succede anche nella quasi punk “Borderline Girl”.

KILLER4 "Killer4" - Sliptrick Records - 2017
Un ep di presentazione decisamente buono, convincente e solido, su cui speriamo che la band possa costruire un futuro importante, magari sotto forma di full-length.
Buone basi quindi per i KIller4, che lasciano presagire un futuro ancora più interessante!


Tracklist:
1. The Pain's Inside (Just Burn And Die) 2. Run Away 3. Stretch Out Your Hand To Me 4. Borderline Girl 5. Release Me
Rate: 7.5/10

A Cura di:
Travis Bickle

29 maggio 2017

Il Vile - Zero (EP) (Planet Underground)

Il 20 Ottobre 2014 e' uscito ufficialmente il secondo LP "La tragedia del mediocre", ed il primo video ufficiale "Funeral girl", x l'etichetta Genovese THIS IS CORE. Il 22 Marzo 2017, fanno uscire il nuovo EP "Zero", preceduto da singolo e video ufficiale per HABANERO FACTORY. Il disco e' stato prodotto in collaborazione con FuzzWave Productions di Mauro Gambardella e Glenda Frassi, nonché membri della band Gambardellas, negli studi di Musicaperilcervello di Caravaggio (BG), mixato e masterizzato da Ugo Poddighe negli UP Studios (PV).
Forti anche di una attività live piuttosto importante, Il Vile si presentano a noi con la giusta esperienza, essendo già nell'ambiente da un bel po' di tempo. "Zero" è il classico disco (in questo caso ep) che non ha mai cali di tono, non ha pezzi "pacco", non ha sbavature e non ha incertezze. Quattro pezzi stoner-rock che si pongono come un viatico ideale che passa tra il rock italiano di ultima generazione (I Cani, Ministri, Teatro degli Orrori, Marlene Kuntz ecc), e prosegue passando dalle parti del desert-alternative rock caro a band come Queens of the stone age, e aggiungendoci una punta di punk. Tutto questo si può ben ascoltare sin dalla botta iniziale inferta da "Schiena di Serpe", che stupisce per la facilità con cui i Nostri si destreggiano alla grande tra strofe ballabili e ritornelli potentissimi, dal grande impatto adrenalinico. La title track, "Zero", ci conferma quanto di buono abbiamo già sentito: rock alternativo molto solido, che punta dritto e non sbaglia la mira nel colpire l'anima dell'ascoltatore sin dal primo ascolto. Tutto questo è sorretto da musicisti di spessore, che sanno bene cosa fare e quando farlo. Perchè il rock è una materia in teoria molto semplice, ma nella pratica poi si rivela piena di insidie, perchè è nella semplicità che vengono fuori molti limiti. Se non si sanno scrivere brani, nel vero senso di questo termine, si fallisce miseramente il primo intento del rock, il suo primo comandamento. Invece Il Vile dimostrano che questo è il loro ambito, e lo fanno anche con una leggera sfacciataggine, come a ribadire che loro nel rock ci sono nati e che nessuno li potrà fermare o potrà avanzare critiche campate in aria. "Tagli" è un pezzo bellissimo, meno irruento, ma emotivo al punto giusto, mentre la chiusura, affidata a "4 Cilindri per l'inferno" torna alla consueta festa rock fatta di potenza, ritmo, basso strabordante e chitarre distorte. Disco di soli quattro brani, ma che valgono almeno dieci volte tanto in fatto di qualità. Bravi! Recensione a cura di: Alexander DeLarge


Voto: 80/100 Tracklist:
1. Schiena di Serpe 2. Zero 3. Tagli 4. 4 Cilindri per l’inferno IL VILE - Facebook