8 gennaio 2017

Top and flop 2016

Ebbene ragazzi, il 2016 è giunto al termine ed è quindi  l'ora di fare le ormai classiche graduatorie di com'è stato l'anno sotto il punto di vista prettamente musicale; bisogna ammettere come non mai  ci sono state veramente tante uscite di qualità nel 2016, quindi, di conseguenza le scelte non sono state affatto  semplici, bando alle ciance iniziamo:


TOP 10 ALBUM 2016






Rotting Christ - Rituals

Testament - Brotherhood of the snake
megadeth - dystopia
Anthrax - for all  kings
Death Angel- ‘The Evil Divide’
Fleshgod apokalypse - Kings
Vektor - Terminal Redux
Dark Tranquillity – ‘Atoma’
Meshuggah - The Violent Sleep of Reason
Skalmöld - Vögguvísur Yggdrasils


Worst 3 album


Dream Theater - The Astonishing
Hammerfall - Built to last
Operation Mindcrime – Resurrection


Top Italian album


Metatrone - Eucharismetal

Ancillotti – Strike Back
DGM – ‘The Passage’




A cura di: 

Michele Puma Palamidessi

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TOP 10 ALBUM 2016






 Death Angel – The Evil Divide 

 Diamond Head – Diamond Head
 Destruction - Under Attack
 Testament – The Brotherhood Of the Snake
 Sodom – Decision Day
 Fates Warning – Theories Of Flight
 Primal Fear - Rulebreaker 
 Flotsam & Jetsam – Flotsam & Jetsam
 Anthrax – For All Kings
 Denner/Shermann – Sons Of Satan

Worst 3 Album 


Metal Church – Metal Church

Operation Mindcrime – Resurrection
Opeth - Sorceres

Top Italian album


Vanexa - Too Heavy to fly                                             

Game Over  - Crimes Against Reality                             
A Perfect Day -  The Deafening  Silence

A Cura di:

Luke Bosio 
(ex Rock Hard/Metal Hammer)            
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TOP 10 ALBUM 2016






Monster truck - Sitting heavy

Cauchemar - Chapelle ardente
Testament - Brotherhood of the snake
Darkthrone - Arctic thunder
Asphyx - Incoming death
Immensity - The isolation splendour
Saboter -  Mankind is damned
Dawn Of Demise - The suffering
Candlemass - Death thy lover

Worst 3 Album


Forgotten Spells -  Epiphaneia Phosporus 

Mhonos - Miserere Nostri 
Altar Of Dagon - Nacht ter Outoten 

Top Italian album

Virtual simmetry -  Message from eternity 

Ad Finem  - Redefine the infinite 
Gorilla Pulp - Peyote queen 

A cura di: 

Matteo perazzoni

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TOP 10 ALBUM 2016





Amon Amarth - "Jomsviking"
Fleshgod Apocalypsae - "King"
Twilight Force - "Heroes of Mighty Magic"
Sojourner - "Empires of Ash"
Skalmold - "Vögguvísur Yggdrasils"
Kallidad - "The Awakening"
Eneferens - "The Inward Cold"
Obscura - "Akroasis"
Trick Or Treat - "Rabbits' Hill pt.2"
Selvans/Downfall Of Nur - split album


Worst 3 Album

Metallica - "Hardwired... to Self-Destruct"
Amaranthe - "Maximalism"
Rhapsody of Fire - "Into The Legend"

Top Italian album

Speed Stroke - Fury
Ulvedharr - Legion (EP)


A cura di:
Robin Bagnolati





15 dicembre 2016

Darkend - The Canticle Of Shadows (Planet Underground)

I Darkend ci presentano il loro concetto di metal, fondato su antichi rituali e sonorità estreme, il tutto unito per portarci verso l’abisso. La band italiana è attiva dal 2006 e all’attivo ha già 3 album. Fin dagli esordi è risultato chiaro il valore della combo formata da Animæ (Voce), Antarktica (Grand Piano), Ambience Ashes (Lead Guitar), Nothingness (Lead Guitar), Valentz (Percussioni) e Vinterskog (Basso), tanto da dividere il palco con band del calibro di Rotting Christ, Mayhem, Immortal e Taake, collaborando anche coi principali membri di questi gruppi (uno su tutti: Attila Csihar dei Mayhem).
“The Canticle of Shadows”, uscito per Non Serviam Records il 25 aprile 2015, è formato da 7 tracce per una durata di 48 minuti e si presenta con un artwork molto particolare, opera del pittore polacco Zdzisław Beksiński. La prima traccia è “Clavicula Salomonis”, che si presenta con un ritmo lontano di tamburi e un coro da liturgia. Dopo l’intervento della tastiera si scatena il brano: tutto vira verso la potenza, non dimenticando però spezzoni melodici in grado di spezzare l’inerzia rendendo il brano molto più interessante. In questa canzone è già ben chiaro l’intento della band, infatti il loro symphonic black porta la mente direttamente ad immagini di antichi riti. A fine brano risulta molto ben comprensibile il testo in latino, grazie anche a quella specie di preghiera parlata che ritroviamo ai 6 minuti. Suggestive le note finali di pianoforte che ci collegano direttamente con la seconda traccia “Of The Defunct”, dove ci accolgono dei passi in quello che il coro che entra in scena ci suggerisce essere un monastero. Il coro continua anche al comparire della musica, aggressiva e oscura, supportata da un duetto di Animæ con Attila Csihar, una contrapposizione di growl e scream di vero effetto. Gli accordi delle chitarre e tastiere sono tetri, la ritmica di batteria e basso incessante. A metà brano tutto si stoppa. Il pianoforte è presente con pochissime note inquietanti, che accompagnano effetti sonori che ricordano un uomo che scava. La melodia che subentra è puramente horror, fino al ritorno della potenza precedente. Questa volta però la melodia sottostante aumenta il senso di inquietudine. Il finale è solo parlato, ma si interrompe di colpo per dar spazio A “Precipice Towards Abyssal Caves (Inmost Chasm, I)”, che inizia subito a piena potenza. Dopo 40 secondi si passa alle chitarre in acustico, ma… è una pace molto poco duratura: ritmica incalzante, chitarre che non si risparmiano e cantato potente ed angosciato. Già nei primi due minuti si possono notare diversi momenti di variazione sul tema, il che rende la canzone assolutamente dinamica e non monotona. Prima dei 4 minuti c’è un rallentamento e compare una melodia suonata da un sax (sembrerebbe contralto), piuttosto inusuale per il genere. Il finale, un fuoco che arde, ci introduce alla successiva “Il Velo Delle Ombre”, che ci accoglie con un’atmosfera molto cupa, quasi a ricordare un antico monastero di notte. Come il titolo suggerisce, il testo è in italiano. La canzone continua con pochissima musica fino a metà, quando gli strumenti si sfogano e il testo passa in inglese. Di colpo si “calma” tutto e il cantato passa in latino alla comparsa di Labes C. Necrothytus degli Abysmal Grief. Arrivati alla fine troviamo una voce che ci parla un po’ in francese un po’ in italiano e ci introduce a “A Passage Through Abysmal Caverns (Inmost Chasm, II)”: qui avvertiamo la scarica energica sin dalle prime note, con un’accoppiata basso-batteria in grado di incatenare l’ascoltatore. In questa canzone troviamo la collaborazione di Niklas Kvarforth degli Shining. Energia pura e angoscia continuano fino all’intermezzo che troviamo a due minuti e mezzo: pace che però dura poco più di una manciata di secondi per poi tornare allo stile iniziale. In questo brano è molto più percepibile, rispetto alle canzoni precedenti, un senso di rabbia pura: il cantato è più crudo e la musica è in grado di accentuare questa sensazione. Quasi nove minuti che scorrono come un fiume in piena e lasciano a bocca aperta l’ascoltatore. La canzone successiva è “Sealed in Black Moon and Saturn” e rivede l’entrata in scena di Attila Csihar: introduzione dalle sonorità epiche e subito dopo una nuova scarica di oscura violenza. Qui il basso si riesce a percepire più che nelle precedenti canzoni, a far da base alle melodie aperte delle tastiere. In pochi minuti si passa da sonorità horror ad altre Atmospheric, con periodi di puro Black Metal. Si arriva così all’ultima canzone di questo full-lenght, “Congressus Cum Dæmone”, dove
troviamo Sakis Tolis dei Rotting Christ: una voce bassa ci accoglie e un suono di campane spiana la strada all’inizio dello strumentale. Veramente godibile l’accostamento vocale in questo brano, che consente alla band di variare parecchio anche la parte melodica, rendendo tutt’altro che monotono il brano: cambi a volte repentini in grado di spiazzare chi ascolta ma che allo stesso tempo invogliano a capire dove la band voglia arrivare. Gli ultimi secondi della canzone si spengono lentamente al suono di una campana lontana…
“The Canticle of Shadows” si dimostra un album pregevolmente composto, un buon insieme di brani dal forte impatto emotivo e collaborazioni internazionali di prim’ordine. La sezione strumentale è registrata ottimamente , con giusti bilanciamenti che permettono all’ascoltatore di godere del lavoro di ogni strumento. I Darkend con questo disco hanno compiuto un passo decisivo verso la consacrazione. 


VOTO: 8,5/10

A Cura di:
Robin Bagnolati

14 dicembre 2016

CORPSEFUCKING ART - Quel Cimitero Accanto Alla Villa” presto anche in formato LP

Il quarto full length dei capitolini CORPSEFUCKING ART  intitolato “Quel Cimitero Accanto Alla Villa”, uscito in formato cd nel 2014 e presentato a Las Vegas alla prima data del fortunato tour americano, verrà ristampato in vinile ed in limited edition a 500 copie dalla torinese Last Sound Design.  L’uscita è prevista per il 20 Gennaio 2017.  

Per gli amanti del death metal brutale all’ennesima potenza, con un buon surplus di old school e sound anni ’90 in pieno stile  “The Bleeding”, i CORPSEFUCKING ART regalano dieci tracce dall’atmosfera insana, malata e lugubre con una stupenda copertina curata da Chris Moyen.  


TRACKLIST:

1-Sympathy For The Zombie 
2-Cemetery By The House
3-Night Of The Chicken Dead 
4-Cat In The Brain 
5-Blood Everest 
6-Centrifuged, Washed and Strangled 
7-The Mask Of Mr. Daisy 
8-The Song With No Name 
9-Voracoius Tomatoes                                                                                                                                       10-The Meaning Of Death  

LINE UP:  Andrea Cipolla: guitar Francesco Bastard: vocals Mario Di Gianbattista: guitar Marco De Ritis: bass Eddie Vagenius: drums 



                 




PRESS OFFICE di RIFERIMENTO: cr.art.music.lab@gmail.com (Last Sound Design) All Right Reserved   


A cura di:
Michele Puma Palamidessi

3 dicembre 2016

Opeth - Sorceress

Cari amici, questa volta voglio parlarvi di una band davvero mondiale che fonda le proprie radici in Svezia: sto parlando degli Opeth. La carriera di questa band ormai ha raggiunto i 26 anni, partendo nel 1990 e affermandosi con un Progressive Death Metal di pregevole fattura. In questa lunga carriera, corredata da 12 album e 3 live album, i cambi di formazione non sono certo mancati, arrivando alla lineup odierna che vede schierato solo uno dei fondatori: Mikael Åkerfeldt. Nel corso degli anni il suono della band ha iniziato ad affievolirsi fino ad arrivare al Progressive Rock, cosa che ha fatto storcere il naso a diversi fan. La dodicesima fatica degli Opeth è quella che prendiamo in esame ora: “Sorceress” è uscito il 30 settembre 2016 per la label Nuclear Blast e ci accoglie con un artwork a dir poco splendido: un pavone, con la coda aperta e la bocca gocciolante di sangue, si staglia fiero sopra un cranio, dove troviamo scritto il titolo, che a sua volta è la cima di un mucchio di resti umani. La lineup degli Opeth che ha registrato questo album è composta da Mikael Åkerfeldt (Voce, chitarra), Martín Méndez (Basso), Martin Axenrot (Batteria, percussioni), Fredrik Åkesson (Chitarra) e Joakim Svalberg (Tastiere).
Ma ora iniziamo a parlare del disco, che ci introduce all’ascolto con “Persephone”, un’intro di due minuti scarsi: chitarre acustiche ci accolgono con una melodia lenta e dolce. Verso la fine entra in scena la voce lontana di Pascale Marie Vickery e successivamente un flauto ci porta alla fine. La title track ci accoglie invece con una batteria ben presente, basso pungente che segue la melodia di uno dei tanti strumenti suonati da Svalberg. Dopo il minuto la canzone entra nel vivo, la ritmica rallenta un po’ ma si fa leggermente più pesante ed entra in scena il cantato, con un forte riverbero, che rappresenta l’intera parte melodica. A metà canzone tutto si placa per qualche secondo, per poi riprendere forza con una nuova metrica e una voce che va pari passo con la batteria. Davvero godibili gli stacchi di basso e batteria che fanno irruzione durante il brano. Il finale, solo strumentale, è Progressive Rock puro. La terza traccia è “The Wilde Flowers”: stacco di batteria che introduce voce, chitarre e basso e la loro melodia cadenzatissima. I momenti di stacco non sono molti, ma la vera forza del brano sta negli assoli, che trasformano l’atmosfera e ti fanno credere di ascoltare i virtuosismi di un gruppo prog anni ‘60/’70 durante un live. Di colpo ci ritroviamo in un momento di quiete pura, dove la voce diventa un vero strumento musicale. La chiusura coglie di sorpresa con una scarica piuttosto energica, in grado di farci ricordare la natura metal della band. “Will o the Wisp” è il quarto brano, che inizia con un leggero di chitarra e un cantato molto melodico; bello il suono di flauto che si percepisce in sottofondo. Particolarmente d’effetto i momenti in cui appare la seconda voce, l’unico vero stacco dall’inerzia della canzone. La batteria si inserisce in maniera molto leggera solo dopo due minuti e mezzo e, dopo un altro minuto, arriva l’assolo di chitarra: niente di trascendentale, ma molto orecchiabile. Questo brano suona molto di transizione, un passaggio verso l’energica introduzione di “Chrysalis”: batteria, chitarra, basso e hammond formano un forte tappeto dove di appoggia la voce di Åkerfeldt, che parte con una tonalità più alta e si destreggia in scale che ricordano le scale armoniche (chi ha studiato musica può capire). Il binario del pezzo rimane costante fino al quarto minuto, quando chitarra e organo hammond si scatenano in assoli che sono in grado di ricordare gruppi mitici a cavallo tra Prog Rock e Hard & Heavy. Gli Opeth non disdegnano affatto gli effetti: lo dimostra l’ovattamento del suono nella parte finale del brano, che si spegne lentamente… Passiamo a “Sorceress 2” (mancanza di fantasia per il titolo?): la chitarra in acustico ci regala un riff dolce e melodioso, la voce entra quasi sottovoce, ma a note piuttosto alte. Ci troviamo di fronte ad una ballad senza molti spunti e anche questa ci sa l’impressione di essere solo un brano di collegamento. Giusto per intenderci, in molti punti vien da chiedersi se l’ispirazione per questa traccia sia arrivata da “More Than Words” degli Extreme. Segue “The Seventh Sojourn”, che inizia con chitarre dalla melodia arabeggiante e percussioni “a mano”: il brano sarebbe la perfetta colonna sonora per un film ambientato nel deserto, e risulta molto piacevole all’ascolto. In certi punti sentiamo il basso che si lancia all’unisono con la chitarra, creando un effetto magnifico. Voci lontane appaiono solo dopo i 4 minuti, quando cambia la fisionomia della canzone portandoci in un’atmosfera a cavallo tra l’onirico e lo spazio. Dopo questo viaggio arriviamo a “Strange Brew” che, con i sui 8 minuti abbondanti, è la canzone più lunga del disco: poche note ben posizionate, voce lontana… ci si ritrova catapultati in una dolce malinconia. Dopo i due minuti tutto cambia virando verso un tutto ben più energico, un mito di assoli accavallati che si fanno da parte quando rientra la voce, questa volta ben più aggressiva e leggermente graffiata. Finalmente i fan di vecchia data riescono a percepire un po’ di sonorità metal, cosa rara in questo album. Giungiamo dunque ad una nuova virata ed il pezzo ritorna alla melodia iniziale e poi di
nuovo una parte energica. Questi otto minuti non fanno annoiare di certo. “A Fleeting Glance” ci riporta sulla media dei cinque minuti di durata e ci trasporta con l’intro dalle sonorità medievali. Le tastiere poi continuano con una singola nota ripetuta a oltranza, intervallata da mini stacchi, che sostengono la voce. Questi momenti sono intervallati da momenti strumentali dove spicca il basso, che in questo brano risulta essere lo strumento chiave. Non siamo al livello della traccia precedente, ma è molto godibile, e con un ottimo solo di chitarra che apre alla conclusione. “Era” è l’ultimo brano vero e proprio del full-lenght: le tastiere in lontananza ci fanno entrare nel brano, che si tramuta di colpo in prog puro, che però tende a diventare monotono, ma piccoli stacchi ben assestati aiutano a sostenere meglio la canzone. Ci troviamo davanti a qualcosa di “strano”, perché prendendo piccoli pezzi per volta troviamo momenti pregevoli, ma l’insieme non lascia nulla di scolpito nella mente. Con “Persephone (Slight Return)” giungiamo alla fine: si tratta in un vero e proprio outro di meno di un minuto, una melodia di tastiera e una voce femminile appena percepibile.
Se per voi gli Opeth sono solo “Damnation” o “Blackwater Park”, questo album non fa per voi: la band si è evoluta scavalcando i confini del Metal e tornando ad un Progressive Rock piuttosto ben fatto. Già si era percepito un cambiamento di stile della combo svedese, ma con “Sorceress” possiamo avvertire un vero e proprio salto: ovviamente non siamo di fronte ad un lavoro paragonabile a mostri sacri quali Jethro Tull, PFM o Le Orme, ma si può dire che, in un’ipotetica collezione, posizionarlo accanto a loro non sarebbe fuori luogo. Purtroppo l’andamento risulta fin troppo altalenante, con brani ispirati e ricchi di spunto e altri che sono fin troppo di passaggio. In sintesi, un lavoro apprezzabile, ma non da storia.

VOTO 7,5/10

A cura di:

1 dicembre 2016

Vivaldi Metal Project - The Four Season

Un progetto ambizioso quello ideato e portato avanti da Mistheria, un nome noto negli ambienti Metal italiani ed internazionali per diverse collaborazioni eccellenti. Stiamo parlando del Vivaldi Metal Project che quest'anno finalmente dopo due annate di lavorazione, dà alla luce tramite "The Four Seasons", ossia le versione "Neoclassic Metal" delle Quattro stagioni di Antonio Vivaldi (il "Prete Rosso",figura importantissima per il Settecento musicale italiano, nonchè uno dei compositori più famosi di tutti i tempi). Prima di addentrarmi nella recensione vera e propria del disco, è doveroso dare un accenno storico sull'opera vivaldiana per capire poi il perchè Mistheria ha voluto cimentarsi in un'impresa del genere.
Vivaldi, veneziano di nascita (1671) e violinista di professione, uno dei maggiori della sua epoca, nel corso dei sui 50 anni di vita contribuì enormemente allo sviluppo del concerto solistico ma compose anche numerose opere,sonate, brani di musica sacra e barocca.
La sua maggiore opera sono "Le Quattro Stagioni", opera datata prima metà del '700 (1725, anche prima) e strutturata in quattro concerti, ciascuna di essi divisa in tre movimenti (ALLEGRO/ADAGIO/PRESTO). Il titolo dell'opera era "Il cimento dell'armonia e dell'inventione" in cui ogni stagione appunto viene descritta con differenti registri o tonalità (accompagnati da sonetti scritti).
Delineato questo piccolo accenno storico si può dunque capire come mai un'opera come questa sia facilmente riadattabile in chiave Metal, essendo quest'ultimo un genere oscuro, ma anche solare, pesante e maestoso (gli equivalenti delle stagioni presentate nel lavoro del compositore veneziano).
Mistheria assieme al compagno d'armi ed ex collega Alberto Rigoni (TwinSpirits, qua in veste di co-produttore), profondo conoscitore e amante di Vivaldi, coglie immediatamente l'essenza della sua musica e di cosa sia capace di di fare, decidendo di rielaborare i 4 concerti (con annessi movimenti) attraverso 14 pezzi di Metal neoclassico (12 + i 2 pezzi di apertura e chiusura). 
A lui chiama una sorta di "All Star band" composta da nomi più o meno noti della scena internazionale ed italiana,(non sto ad elencarveli ma potete trovare tutte le info sul sito ufficiale del progetto), una orchestra e tre cori. 
"The Four Seasons" esce il 22 luglio per la Pride&Joy Music, dopo due anni di lavorazione:
eccoci quindi catapultati in una dimensione Vivaldiana con chitarre elettriche, batteria, sonorità distorte e atmosfere neoclassiche. 
"The Four Season"  è un disco che rende giustizia ad un grande opera come quella Vivaldiana e contemporaneamente lo omaggia cercando di mischiare un genere come il Metal alla musica barocca (non classica), due entità apparentemente lontane ma che in realtà hanno molto in comune, a partire dalla maestosità del sound fino alle complicate - quasi progressive - parti strumentali (chiedete a Malmsteen per chiarimenti). 
"TFS" riesce nell'intento di lasciare un qualcosa di unico nel panorama musicale attuale, cercando di far avvicinare il mondo del Metal a quello della musica barocca (e classica) e magari viceversa.


Giudizio: 8

Tracklist:

1.Escape from Hell
2.The illusion of eternity
3.Vita
4.Euphoria
5.Sun of god
6.Immortal Soul
7.Thunderstorm
8.The Age of dreams
9.Alchemy
10.Stige
11.The Meaning of life
12.The final hour
13.Grande madre
14.Doomsday

A cura di: 
Sonia Giomarelli

16 ottobre 2016

(Planet Underground) ANGUISH DIMENSION – CHILDREN OF THE WOLVES

Ciao amici, in questa occasione restiamo in ambito black metal, portandoci però verso il sempre più apprezzato atmospheric. Il gruppo che esamineremo, che si chiama Anguish Dimension, è nato a fine 2015 dall’incontro tra il romano Hugo “Osten” Spezzacatene (Project Gulag – chitarra, basso, tastiere e synth) e il ravennate Alessandro Bucci (Maka Isna, Donnie’s Leach 88 – voci, testi, tastiere, synth e drum programming): il sodalizio vuole proporci un atmospheric balck metal con influenze symphonic e di altro genere. Sulla storia della band c’è ancora poco da scrivere, salvo il fatto che il logo è stato ideato da Matteo Mucci. “Children Of The Wolves” è il loro primo lavoro: una demo di sei tracce, di cui una strumentale, che già in partenza si presenta bene, grazie all’artwork di Jacopo Simoni, dove un lupo di spalle osserva la città in basso e l’aurora boreale in alto. Ora però passiamo all’analisi del disco.
La demo inizia con “Inside The Camp Of Death”, dove inizialmente la “batteria” resta in secondo piano dietro ai suoni elettronici, forse un po’ troppo invadenti. La voce si presenta con un forte riverbero, che dona un tocco di brivido al brano, nel quale la melodia si appoggia a poche note lunghe privilegiando il muro sonoro della ritmica. Il finale giunge come una mazzata, totalmente inaspettato. Il secondo brano è “Candles In The Dark”, che inizia un po’ sulla falsariga del precedente, con la batteria più udibile insieme ai suoni ”sintetici” e a chitarre distortissime. La voce ha ancora un forte riverbero, quasi una sonorità da caverna, e il testo in certi punti è in italiano. La componente musicale risulta non troppo varia, a parte gli stacchi della ritmica e un paio di momenti di pausa improvvisi, nella prima metà della canzone. Anche qui il finale arriva lasciando un po’ smarriti. Con “Pure Adrenalyne” chiudiamo la prima parte di questo album: la canzone ha nome e patria dall’inizio, con la voce che ci accoglie subito quasi a spaventare l’ascoltatore. Finalmente si inizia a percepire qualche nota di basso, le chitarre sempre distortissime e una ritmica incalzante. A metà canzone una pausa, dove finalmente si ode l’influenza symphonic e una vera e propria melodia. La seconda metà di questo brano risulta essere la più piacevole fin’ora ascoltata.
La seconda tranche della demo parte con lo strumentale “The March Of Anguish”, il brano più corto con i suoi 2 minuti e 2 secondi. Ad accoglierci il rumore delle bombe, mentre risuona una marcia in un grammofono. Verso la metà il tutto inizia ad essere sovrastato dalla componente elettronica che va a fondersi con una dolce melodia “orchestrale”. Tutto scorre liscio fino al finale, che impatta meno dei precedenti. La penultima canzone è “Soldier’s Agony - Normandia”, la più lunga coi suoi 4 minuti e mezzo: urlo straziante in partenza, chitarre ultra distorte. Il cantato vero e proprio viene anticipato da un ansimare molto ben reso. In certi punti il cantante tiene un tono molto risoluto, in stile tedesco. Non ci sono molti spunti, musicalmente parlando, tutto scorre più o meno sulla stesso schema fino alla fine, quando compare una melodia che porta il brano a spegnersi. Con “Mountains” si chiude questo lavoro: compare il lupo, che ulula sopra ad un suono che ricorda un segnale di allarme. Già dalle prime note si può percepire una qualità maggiore rispetto alle precedenti. All’orecchio tutto risulta più preciso, gli stacchi con la voce attraverso un altoparlante sono un tocco di classe, ogni momento di pausa non risulta fuori luogo. Davvero un buon brano.
Tirando le somme, questa demo non lascia un ricordo indelebile. I ragazzi della band hanno un po’ esagerato con i “suoni sintetici” e le distorsioni in questo album, uscendo anche totalmente dall’etichetta di atmospheric, della quale hanno ben poco. La luce si è accesa solamente all’ultimo brano, dove si sono veramente sentite idee chiare e piuttosto interessanti. Non è ben chiaro se manca ancora un pieno affiatamento tra i due musicisti, ma la loro proposta deve essere ben revisionata, partendo da “Mountains”, l’unico brano che suona veramente ispirato.

VOTO: 5,5

A Cura di:
Robin Bagnolati

30 settembre 2016

Twilight Force - Tales Of Ancient Prophecies

A tre anni di distanza dalla formazione della band, nel 2014, gli svedesi Twilight Force ci propongono il loro album di debutto : Tales of Ancient Prophecies!
Questi ragazzi ci sorprendono con un buon power metal che si distingue grazie alle sue sfumature epiche oltre alla voce del fuoriclasse Christian Eriksson, capace di salti degni di nota.Il full-length si apre con  "Enchanted  Dragon Of Wisdom" dai tratti decisamente epici e con un intro potente, pronto a colpirci subito per le tastiere travolgenti e la semplicità con cui il cantante mostra di arrivare a note davvero alte alla fine del ritornello. Ampio spazio però viene dato anche alla chitarra che ha modo di esprimersi in un assolo che non stona e insieme al ritmo incalzante della batteria contribuisce al vortice che rapisce il pubblico. Il ritmo non decelera con "The Power Of The Ancient Force", il single che ha preceduto di poco l'album e che valorizza appieno la presenza del tastierista Daniel Beckman. un pezzo molto potente, che con facilità resta impresso senza scadere, di fronte al quale è difficile resistere nell'imitare il cantante o semplicemente ballare. a metà del brano l'attenzione si rivolge completamente al chitarrista che esegue un solo perfettamente in sintonia con le altre parti e contemporaneamente ci lascia un momento di respiro. Soprattutto in questo brano inoltre si può notare la presenza fondamentale del bassista, Borne. Ci troviamo poi alle prese con "twilight horizon" , brano in cui l'assoluto protagonista è il cantante, che sfrutta l'occasione per mostrare ancora una volta le sue abilità canore. Siamo quasi al giro di boa quando ci viene presentato dal tastierista un breve monologo dal titolo "The Summoning" , seguito da un pezzo interamente strumentale  , "whispering wings", di introduzione alla canzone sucessiva. questo intermezzo richiama una parte di melodia della seconda traccia, dando maggior coesione all'album. "Fall of  the Eternal Winter", è il sesto brano di questo full-lenght dai tratti più epici e in cui il ritmo decelera leggermente. Anche stavolta Eriksson  tira fuori tutte le sue capacità facendoci stupire di fronte alla sua abilità di arrivare a note impensabili e di cambiare così facilmente le ottave. Da un inverno che sembra interminabile i nostri protagonisti si mettono in viaggio verso la foresta del destino . Grazie al ritmo di "forest of destiny" , tenuto da Robban Bäck, sembra di sorvolare per davvero su un drago le verdi terre che ci vengono narrate. Nuovamente il tastierista prende la parola , con "in the mighty hall of the fire king", interpretando a meraviglia un personaggio di questa avventura. A seguire questo secondo monologo è "Made of Steel", un pezzo maestoso. immediatamente ci prende, facendoci sentire parte integrante della storia se non farci immedesimare direttamente negli stessi protagonisti. si è talmente trasportati che viene quasi naturale cantare il ritornello. Resta comunque un pezzo degno di nota grazie al perfetto mix tra la parte strumentale, la voce principale e non ultimi i cori, che in questo brano occupano un ruolo decisivo. Da un clima maestoso si viene trasportati in un ambiente primaverile e fresco, grazie a un sottofondo di uccellini e un calpestio di un cavallo, mentre la voce è accompagnata solo da un flauto e un clavicembalo, in "sword of magic steel". Siamo alla fine della narrazione,  con il brano "Gates of Glory", dove entra in campo anche Joakim Brodén, cantante e frontman dei noti Sabaton.  un brano che durante il ritornello riacquista potenza anche grazie al fantastico duetto di due connazionali che non hanno nulla da invidiare agli altri. Nell'edizione giapponese è inoltre inserita una bonus track : "eagle fly free" , cover degli Helloween, reinterpretata secondo il loro stile.
decisamente un ottimo inizio per una band di un buon livello. La feature può parlare da sola, non capita tutti i giorni di trovarsi a duettare già nel primo album con artisti del calibro di Brodén. ottima la coesione tra i brani oltre a tutti gli elementi nei pezzi. i soli non mancano , oltre alle tastiere in particolare quelli della chitarra  di Philip Lindh , che riesce mostrare la sua bravura anche in brani come "Made of Steel" senza togliere nulla all'armonia del brano.


Etichetta: Black Lodge Records
Anno: 2014
Tracklist:
01. Enchanted Dragon Of Wisdom (04:43)
02. The Power Of The Ancient Force (05:03)
03. Twilight Horizon (4:59)
04. The Summoning (00:43)
05. Whispering Winds (00:51)
06. Fall Of The Eternal Winter (04:54)
07. Forest Of Destiny (04:06)
08. In The Mighty Hall Of The Fire King (00:55)
09. Made Of Steel (04:46)
10. Sword Of Magic Steel (01:05)
11. Gates Of Glory (03:55)


A cura di:
Siberian tiger